Addio a Perry Bamonte, l’anima silenziosa e creativa dei The Cure
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il mondo del rock in lutto per la morte di Perry Bamonte, chitarrista e tastierista dei The Cure, spentosi a 65 anni nella sua casa durante il periodo natalizio dopo aver lottato contro una malattia breve ma fatale. La band, attraverso un comunicato sul proprio sito, ha espresso il proprio dolore con parole che descrivono un compagno di viaggio “silenzioso, intenso, intuitivo, costante e immensamente creativo”, una definizione che tratteggia il profilo di un musicista riservato la cui arte ha lasciato un segno indelebile. “Teddy”, come lo chiamavano affettuosamente, viene ricordato come “un cuore caldo e una parte vitale” della storia del gruppo, un pilastro la cui presenza discreta è stata fondamentale per l’equilibrio e l’evoluzione del suono di una delle formazioni più iconiche della scena post-punk e new wave.
Da tecnico della road crew a membro stabile della band
Il suo percorso con i The Cure, iniziato molto prima dell’ingresso ufficiale nella formazione, è emblematico di una dedizione totale alla musica. Bamonte, infatti, aveva cominciato a lavorare per il gruppo già nel 1984, occupandosi in qualità di tecnico della cosiddetta “road crew”, ossia quella squadra che segue la band in tournée occupandosi della logistica e della manutenzione degli strumenti. Un ruolo spesso nascosto ma essenziale, che gli permise di conoscere i meccanismi interni del collettivo e di instaurare un rapporto di fiducia con Robert Smith e gli altri componenti, i quali, riconoscendone il talento e l’affidabilità, lo vollero al loro fianco come musicista a tutti gli effetti a partire dal 1990. Questa transizione, da figura tecnica dietro le quinte a creativo sul palco, segna una rarità nel panorama musicale e sottolinea quanto la sua competenza e il suo carattere fossero già parte integrante dell’ecosistema del gruppo.
Il contributo musicale su album e palcoscenici
Una volta divenuto membro stabile, il suo apporto si rivelò decisivo nel plasmare quella che molti considerano l’era d’oro della band. Bamonte, capace di destreggiarsi tra chitarra, basso a sei corde e tastiere, portò la sua sensibilità musicale in capolavori come “Wish” del 1992, disco che contiene alcuni dei brani più celebrati della loro produzione, per proseguire poi con “Wild Mood Swings”, “Bloodflowers” e l’omonimo “The Cure” del 2004. La sua impronta, pur senza mai sovrastare lo stile riconoscibile del gruppo, aggiunse sfumature e profondità, arricchendo le composizioni con un tocco personale che i fan hanno imparato ad amare. Oltre allo studio di registrazione, il suo impegno si dispiegò in modo instancabile sui palcoscenici di tutto il mondo, dove prese parte a oltre quattrocento concerti in un arco di quattordici anni, diventando un volto familiare e rassicurante per il pubblico che seguiva le tournée.
Un ricordo carico di emozione e rispetto
La scomparsa di Bamonte, avvenuta in un momento familiare come le festività, ha lasciato un vuoto profondo non solo tra i suoi colleghi ma anche nel cuore degli appassionati che hanno seguito le evoluzioni della band. Il tono del comunicato, che evita qualsiasi retorica e si concentra invece sugli aggettivi scelti per descriverne il carattere e il valore artistico, restituisce l’immagine di un uomo la cui grandezza risiedeva proprio nella sua capacità di essere, al tempo stesso, solido e sensibile, una presenza costante e ispiratrice. La sua storia, intrecciata per decenni con quella dei The Cure, rimane un capitolo fondamentale della loro narrazione, testimoniando come il successo di un gruppo sia spesso il frutto di sinergie che vanno ben oltre la semplice esecuzione musicale, fondandosi su legami umani e professionali profondi.




