Morto Perry Bamonte, storico chitarrista e tastierista dei Cure
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La musica perde una delle sue figure più riservate e al contempo fondamentali, un'artista il cui contributo ha plasmato il sound di una delle band più iconiche degli ultimi decenni. Perry Bamonte, chitarrista e tastierista dei Cure, si è spento a sessantacinque anni nella sua casa durante il periodo natalizio, dopo aver affrontato una breve malattia. L’annuncio, carico di quel dolore sobrio che pare accompagnare le esistenze più discrete, è giunto direttamente dalla formazione britannica attraverso un comunicato pubblicato sul proprio sito ufficiale, nel quale si esprimeva una “immensa tristezza” per la perdita del “grande amico e compagno di band”. La notizia, giunta nella tarda serata del 26 dicembre, ha immediatamente attraversato il mondo della musica, riportando all’attenzione la figura di un musicista che, pur stando spesso in secondo piano rispetto al carismatico frontman, ha contribuito in modo decisivo ad alcuni dei capitoli più significativi della discografia del gruppo.
Un percorso artistico che si intreccia con la storia della band
Il suo legame con i Cure, che molti ricordano con l’affettuoso soprannome di “Teddy”, affondava le radici ben prima del suo ingresso ufficiale nella formazione. Bamonte, infatti, era parte dell’entourage del gruppo già dal 1984, lavorando inizialmente come tecnico del suono e dimostrando da subito una rara sensibilità musicale. Fu soltanto nel 1990, però, che divenne membro a pieno titolo, un passaggio che coincise con una fase creativa particolarmente fertile e di grande successo commerciale. In quindici anni di appartenenza stabile alla band, un periodo che – è bene ricordarlo – si protrasse fino al 2005, il musicista contribuì alla registrazione di sette album in studio. Tra questi, è doveroso citare alcuni dei lavori che hanno definito l’identità sonora dei Cure per un’intera generazione, progetti che spaziavano dalla malinconia ipnotica a ritmi più oscuri e sperimentali, sempre con il suo tocco discreto ma perfettamente riconoscibile.
Il ritratto di un musicista discreto e immensamente creativo
Nel messaggio di commiato, la band ha tratteggiato con poche, precise parole l’essenza dell’uomo e dell’artista, descrivendolo come una persona “discreta, intensa, intuitiva, coerente e immensamente creativa”. Qualità, queste, che sembrano riassumere perfettamente il suo approccio alla musica e alla vita stessa, lontano dai riflettori più accecanti del rock star system e concentrato piuttosto sulla ricerca di una precisa espressione artistica. La sua morte, giunta in un momento di festa e di riposo come le vacanze di Natale, sembra quasi rispecchiare questa naturale riservatezza, lasciando un vuoto profondo nel cuore di chi lo conosceva e lo apprezzava. Non ci sono state, nel comunicato ufficiale, dichiarazioni di familiari o di altri esponenti del mondo musicale, ma solo il laconico e struggente ricordo dei suoi compagni di viaggio, quelli con cui ha condiviso palcoscenici e sessioni in studio per anni.
Il lascito di un suono che ha definito un'epoca
Oltre ai già citati album in studio, il suo lavoro con i Cure include naturalmente le numerose tournée internazionali che hanno portato la band a calcare i palchi di tutto il mondo, consolidando il loro status di veri e propri pilastri della new wave e del post-punk britannico. La sua capacità di passare con disinvoltura dalla chitarra alle tastiere, arricchendo le composizioni di sfumature e atmosfere spesso oniriche, è stata una componente essenziale del sound della band in un’epoca di grandi cambiamenti e sperimentazioni. La sua scomparsa, inevitabilmente, riaccende i riflettori su un capitolo fondamentale della storia della musica alternativa, un periodo in cui le sonorità dei Cure, grazie anche al contributo di figure come la sua, hanno saputo raccontare le inquietudini e le emozioni di un’intera generazione, traducendole in melodie indimenticabili.




