La difterite torna a far paura: sintomi, cure e l'importanza dei richiami del vaccino
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Redazione Salute
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Il batterio sembrava un ricordo del passato, confinato nei libri di medicina e nei racconti di un'epoca in cui le malattie infettive mietevano vittime tra i più piccoli. E invece la parola "difterite" è tornata a fare irruzione nelle cronache italiane con la morte di una bambina di quattro anni a Palermo, e ha riaperto un dibattito che molti credevano chiuso: perché continuare a vaccinarsi contro un male che non si vede più? La risposta, come spesso accade, è nella complessa relazione tra la memoria collettiva, la percezione del rischio e i meccanismi di protezione della salute pubblica.
Che cos'è la difterite e quali sono i sintomi?
La difterite è una malattia infettiva acuta causata dal batterio Corynebacterium diphtheriae, un microrganismo che, una volta penetrato nell'organismo, produce una potente tossina in grado di danneggiare gravemente i tessuti e gli organi. La pericolosità di questo batterio, come spiega l'infettivologo Gianni Rezza, risiede proprio nella sua capacità di generare una sostanza letale che si diffonde attraverso il sangue, compromettendo cuore, reni e sistema nervoso.
Esistono due forme principali della malattia: quella respiratoria, che è la più comune e grave, e quella cutanea, considerata meno pericolosa e più frequente nelle zone tropicali. La forma respiratoria colpisce le vie aeree superiori, manifestandosi inizialmente con sintomi aspecifici come mal di gola, febbre moderata e malessere generale, che spesso vengono scambiati per un banale malanno stagionale.
Con il progredire dell'infezione, si forma una caratteristica pseudomembrana di colore grigiastro che aderisce alle mucose di gola e tonsille, ostruendo il passaggio dell'aria e causando difficoltà respiratorie. Senza un trattamento tempestivo, questa membrana può espandersi fino a provocare il soffocamento, che rimane la principale causa di morte per difterite respiratoria.
Come si trasmette e perché è tornata alla ribalta
La trasmissione del batterio avviene principalmente per via aerea, attraverso le goccioline di saliva emesse con tosse, starnuti o anche semplicemente parlando, ma può verificarsi anche per contatto diretto con le lesioni cutanee infette. In Italia, come sottolinea lo stesso Rezza, non si registravano casi autoctoni dalla metà degli anni Novanta, mentre gli episodi rilevati erano per lo più importati da Paesi in cui la malattia è ancora endemica.
L'episodio di Palermo, però, ha scosso le certezze consolidate: la bambina, che non era vaccinata, è morta in meno di una settimana dall'insorgenza dei primi sintomi, un decorso drammatico che ha portato la procura ad aprire un'indagine e a disporre l'autopsia. Il caso ha riacceso i riflettori anche sulle coperture vaccinali regionali: in Sicilia, secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, la percentuale di bambini immunizzati contro la difterite a 24 mesi è dell'85,13%, quasi dieci punti al di sotto della media nazionale del 94,45%.
Un dato che, sebbene non configuri un'emergenza epidemiologica, rappresenta un campanello d'allarme per gli esperti, perché indica una fascia di popolazione potenzialmente vulnerabile in cui il batterio potrebbe tornare a circolare.
La cura e il ruolo fondamentale dei richiami vaccinali
Il trattamento della difterite si basa su un approccio tempestivo che combina la somministrazione di un'antitossina specifica, necessaria per neutralizzare la tossina circolante prima che si leghi ai tessuti, e di una terapia antibiotica a base di penicillina o eritromicina per eliminare il batterio. L'efficacia della cura, però, è strettamente legata alla rapidità della diagnosi: più si interviene precocemente, minori sono i rischi di complicanze gravi a carico del cuore e del sistema nervoso.
Ma è la prevenzione, attraverso il vaccino, lo strumento più potente a disposizione. In Italia, la vaccinazione contro la difterite è obbligatoria per i nuovi nati ed è inclusa nel vaccino esavalente, che viene somministrato in tre dosi entro il primo anno di vita, con richiami previsti a 5-6 anni e in età adolescenziale. Ciò che molti tendono a dimenticare, tuttavia, è la necessità di un richiamo ogni dieci anni in età adulta, raccomandato dal Ministero della Salute per mantenere alto il livello di anticorpi protettivi.
La protezione offerta dal vaccino, infatti, tende a diminuire con il tempo e, come dimostra il tragico caso palermitano, sono proprio i soggetti non vaccinati o con copertura vaccinale incompleta a rischiare di più. Il cuginetto della bambina, ricoverato con gli stessi sintomi ma regolarmente vaccinato, versa in condizioni non gravi, a testimonianza di come l'immunizzazione sia in grado di trasformare una malattia potenzialmente letale in un disturbo di poco conto.
Un falso ritorno e una lezione per il futuro
Il dramma di Palermo non segna l'inizio di una nuova emergenza difterite in Italia, ma rappresenta un monito potente contro l'oblio e la sottovalutazione. La rarità di queste malattie, frutto del successo delle campagne vaccinali, rischia paradossalmente di farci abbassare la guardia, alimentando quella "paura" che, come ha osservato il direttore sanitario dell'ospedale Civico di Palermo, spinge spesso i genitori a rinunciare alla protezione per i propri figli.
La decisione di alcuni membri della famiglia della piccola di vaccinarsi solo dopo il decesso, così come la corsa ai centri vaccinali che si è registrata nella città siciliana, dimostra come la percezione del rischio cambi radicalmente quando la malattia bussa alla porta. Eppure, come ricordano gli esperti della Società Italiana di Igiene, "il successo delle vaccinazioni rischia talvolta di far dimenticare la gravità delle malattie che esse hanno contribuito a rendere rare. Non possiamo permetterci di abbassare la guardia".
La difterite è ancora presente nel mondo, e in un'epoca di grandi spostamenti globali, la sua ricomparsa, anche in forma sporadica, è un rischio concreto che si può affrontare solo con la consapevolezza e l'adesione alle pratiche di prevenzione consolidate.
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