Mario Tennis Fever, anche nel Regno dei Funghi è scoppiata la febbre per Jannik Sinner?
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Redazione Scienza e Tecnologia
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È disponibile da oggi, 12 febbraio 2026, in esclusiva per Nintendo Switch 2, l’ultimo nato in casa Camelot Software, storico team di sviluppo nipponico che, seppur non acquisito formalmente come first party, lega ormai da oltre un quarto di secolo il proprio destino produttivo alle sorti della casa di Kyoto. Parliamo di Mario Tennis Fever, Titolo che segna il ritorno sui campi da gioco dell’idraulico baffuto e della sua sterminata combriccola, chiamati questa volta a dar vita a scambi frenetici e a sperimentare le nuove meccaniche legate alle cosiddette “racchette febbrili”. Nintendo, in attesa di svelare completamente le potenzialità della sua nuova console con un attesissimo Super Mario inedito, continua a imboccare i giocatori con quelli che possiamo definire sostanziosi antipasti pensati per il multiplayer, seguendo la scia di quanto già fatto con Mario Kart World.
L’offerta ludica, come si evince dalle prime recensioni e dalle schede tecniche diffuse dal publisher, si presenta decisamente sa per quanto riguarda il comparto strettamente arcade: il roster dei personaggi selezionabili raggiunge il numero record di 38 unità, un dato mai toccato prima nella lunga storia del franchise, che annovera al suo attivo anche un’apparizione del 1995 su Virtual Boy, *Mario’s Tennis*, e la sua vera e propria consacrazione su Nintendo 64 avvenuta nell’anno 2000. A questa mole di “atleti”, ognuno suddiviso nelle classiche categorie che spaziano dai veloci ai potenti, passando per i tecnici e i bilanciati, si affianca l’introduzione di 30 diverse racchette, ciascuna in grado di innescare un colpo speciale dalla potenzialità strabiliante: si va dalla classica palla di fuoco che incendia il campo avversario, a effetti più sopra le righe come la comparsa di pozzanghere di fango, di cactus Pokey pronti a ostacolare i movimenti o di banane che fanno scivolare gli opponenti. La meccanica, a dirla tutta, premia l’approccio offensivo e continuo: più si tiene vivo lo scambio e più la barra dell’energia della racchetta si riempie, consentendo di scagliare il proprio “fever shot” e stravolgere l’esito del punto, anche se, è bene sottolinearlo, questi colpi speciali possono essere ribattuti al mittente se intercettati prima che tocchino il suolo, dando vita a scambi al fulmicotone di grande intensità e imprevedibilità.
Una campagna in solitaria tra nostalgie GBA e occasioni mancate
Chi ama invece sfidare la CPU e perdersi in storie surreali troverà pane per i propri denti nel cosiddetto Adventure mode, sebbene con qualche riserva di natura strutturale. La trama, così come riportata anche sulla pagina ufficiale Nintendo e da alcune testate specializzate, parte con un incipit folle e decisamente sopra le righe: la principessa Daisy è costretta a letto da un misterioso malanno e, mentre Mario e compagni cercano un frutto magico per guarirla, incappano in una serie di mostri che li trasformano in neonati, costringendoli a reimparare i fondamentali del tennis per spezzare l’incantesimo. L’ambientazione iniziale, un’accademia tennistica che strizza l’occhio ai vecchi capitoli per Game Boy Advance come *Mario Tennis: Power Tour*, fa sorgere nei giocatori di lunga data la speranza di ritrovare quelle atmosfere da RPG leggero con esplorazione e crescita del personaggio, ma la struttura si rivela presto piuttosto lineare e limitata: l’esplorazione, di fatto, è circoscritta a poche aree e l’intera avventura si esaurisce in circa tre ore, alternando mini-giochi e match a una narrazione che procede per vignette e brevi dialoghi, senza la profondità che molti avrebbero sperato di ritrovare. Alcuni critici sottolineano come, al netto della varietà delle prove proposte, la lentezza della parte iniziale rischi di generare un certo tedio, soprattutto se paragonata alla cura messa invece nell’equilibrio e nella varietà del comparto multigiocatore.
Il vero campo da gioco è online e la racchetta la fa da padrona
Se la modalità storia, insomma, appare come un gradevole ma fugace antipasto, è nell’arena competitiva che *Mario Tennis Fever* dispiega tutta la sua potenza. La volontà di Nintendo di spingere l’acceleratore sul servizio online è chiara e inequivocabile: per sfidare giocatori da tutto il mondo è richiesto un abbonamento a Nintendo Switch Online, scelta che punta a creare una community stabile e attiva nel tempo. Il bilanciamento del gameplay, punto dolente del precedente *Mario Tennis Aces* dove si assisteva a un abuso di colpi speciali, è stato rivisto con intelligenza: i poteri delle racchette, seppur numerosi e variegati, sono contrastabili e richiedono una certa strategia per essere sfruttati al meglio. Non si tratta più di premere un pulsante per vincere il punto, ma di ragionare su come e quando usare il proprio colpo speciale, considerando che l’avversario può rispedirlo al mittente o, addirittura, attivare una contro-frenesia. A impreziosire il tutto ci pensano le modalità “Mix It Up”, che introducono elementi di caos controllato ispirati a *Super Mario Bros. Wonder*, e il “Swing Mode”, che sfrutta i comandi di movimento dei nuovi Joy-Con 2 per trasformare il controller in una racchetta virtuale, riportando alla mente le atmosfere dell’amatissimo *Wii Sports*. Tra tornei, torri delle prove e partite personalizzabili, l’intrattenimento è assicurato, e la sensazione è che Camelot abbia finalmente trovato la quadratura del cerchio, mettendo a frutto le lezioni del passato per confezionare un prodotto che, al netto di una campagna single-player forse un po’ troppo sacrificata, centra l’obiettivo di divertire e appassionare, sia in compagnia sul divano di casa che in solitaria contro il mondo intero.
L’assenza di un vero single player profondo non scalfisce un impianto solido
In definitiva, questo nuovo nato per Switch 2 si presenta come un’opera matura e consapevole dei propri mezzi, capace di bilanciare l’eredità di un franchise longevo con le esigenze di un pubblico moderno, sempre più connesso e alla ricerca di sfide stimolanti. La rinuncia a un comparto in solitaria più strutturato, che qualcuno potrebbe rimpiangere, appare come una scelta progettuale ben precisa volta a concentrare tutte le energie sul fulcro dell’esperienza: il multiplayer, locale o online che sia. E il risultato, a giudicare dalla solidità del gameplay e dalla varietà delle situazioni, sembra premiare questa direzione.




