Il veto di Trump e il coro dell’Unione: Gerusalemme Ovest e Bruxelles sulle nuove misure in Cisgiordania

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’Amministrazione americana, con Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca, ha rotto il silenzio sulle iniziative unilaterali del gabinetto di sicurezza israeliano, e lo ha fatto da una postazione inedita: non più da osservatore distaccato, ma da attore che pure, nelle settimane scorse, aveva inviato i suoi mediatori – tra i quali Jared Kushner e Steve Witkoff – per raccomandare a Benjamin Netanyahu una linea di moderazione. Invece, le decisioni ratificate domenica dal governo israeliano hanno allargato sensibilmente il perimetro amministrativo della presenza ebraica in Cisgiordania, intervenendo sulla registrazione fondiaria e sulle procedure di acquisizione immobiliare nelle Aree A e B, quelle che, in base agli accordi di Oslo, dovrebbero competere all’Autorità palestinese o a una gestione mista.

Il presidente americano, interpellato dal portale Axios, è stato netto – per quanto asciutto – nella replica: “Sono contrario all’annessione”, ha tagliato corto, aggiungendo quasi con una punta di insofferenza che gli Stati Uniti hanno già “abbastanza cose a cui pensare” per doversi caricare anche la gestione della Cisgiordania -1-6. La frase, pronunciata a poche ore dall’atterraggio di Netanyahu a Washington per un bilaterale incentrato principalmente sul dossier iraniano e sulla seconda fase del cessate il fuoco a Gaza, suona come un disconoscimento formale di quelle misure che, di fatto, dilatano la sovranità israeliana su suolo palestinese senza passare dalla dichiarazione ufficiale di annessione. Il punto, e qui sta il paradosso, è che proprio la Casa Bianca, per bocca di un suo funzionario, aveva ricordato il principio secondo cui “una Cisgiordania stabile è garanzia di sicurezza per Israele”; un principio che, a giudizio dell’Amministrazione, le nuove normative rischiano di incrinare -1-10.

L’analisi di Bruxelles: una delibera “controproducente e incompatibile” con il diritto internazionale

Alla presa di posizione di Washington si è immediatamente allineata, per quanto con accenti giuridici ben più stringenti, la voce dell’Unione Europea. Kaja Kallas, Alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, insieme alle commissarie Hadja Lahbib e Dubravka Šuica – rispettivamente titolari dei portafogli per la cooperazione internazionale e per il Mediterraneo – hanno diramato una nota congiunta nella quale definiscono i provvedimenti approvati dal gabinetto di sicurezza “controproducenti e incompatibili con il diritto internazionale” -2-4. Non è soltanto una condanna politica: è una valutazione tecnica che affonda le radici nella Quarta Convenzione di Ginevra e in una nutrita serie di risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. I commissari hanno sottolineato che queste iniziative “minano gli sforzi internazionali in corso”, un passaggio che allude sia ai tentativi di stabilizzazione regionale sia al fragile meccanismo di negoziato che si vorrebbe rilanciare -7.

L’Unione ha poi rimarcato, con una fedeltà quasi liturgica ai propri atti fondativi, la dottrina del non riconoscimento della sovranità israeliana sui territori occupati dal giugno 1967; e ha aggiunto un elemento di preoccupazione che tocca la sensibilità delle tre religioni monoteiste: l’alterazione dello status quo nei luoghi santi, in particolare per quanto riguarda l’attuazione del Protocollo di Hebron, rischia di innescare tensioni che dal piano amministrativo potrebbero trasferirsi rapidamente a quello della sicurezza fisica dei fedeli e dei residenti -4-7. L’esortazione finale a “evitare iniziative unilaterali” non è una formula di circostanza, ma un’indicazione precisa: il principio della soluzione negoziata, per quanto usurato da decenni di stallo, resta per l’Europa l’unica architettura legittima per definire lo status della Cisgiordania.

Il monito del Palazzo di Vetro: Guterres e la deriva verso l’illegalità consolidata

António Guterres, dal suo scranno al trentottesimo piano del Palazzo di Vetro, non ha usato giri di parole. Il Segretario generale delle Nazioni Unite – come riferito dal portavoce Stéphane Dujarric – ha espresso “grave preoccupazione” per la decisione di imporre misure amministrative e di enforcement nelle Aree A e B; una decisione che, a suo giudizio, “non muove nella giusta direzione” e allontana ogni prospettiva di una soluzione basata sulla coesistenza di due Stati -5-9. Guterres ha fatto esplicito riferimento al parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, che ha ribadito l’illiceità della presenza israeliana prolungata nei Territori Occupati, e ha definito gli insediamenti – tutti, nessuno escluso – “una flagrante violazione del diritto internazionale” e un atto privo di qualsivoglia validità giuridica -5.

Le misure contestate, secondo le ricostruzioni fornite dallo stesso portavoce, agevolano l’acquisizione di terreni da parte dei coloni e consentono all’apparato di sicurezza israeliano di procedere a demolizioni di immobili in zone sulle quali, in base agli accordi di Oslo, l’Autorità palestinese dovrebbe esercitare la piena giurisdizione civile e di polizia. La replica israeliana – per voce di Danny Danon, ambasciatore presso l’Onu – non si è fatta attendere, ed ha ribadito la centralità dell’alleanza con Washington, quasi a voler bilanciare le critiche multilaterali con la solidità del rapporto bilaterale -6.

Il retroscena diplomatico: arabi, iraniani e le priorità disallineate di Netanyahu e Trump

Il calendario, del resto, non gioca a favore di una lettura distensiva. La visita di Netanyahu a Washington, la settima dal ritorno di Trump alla presidenza, era stata preordinata principalmente per discutere delle trattative con l’Iran e della stabilizzazione della Striscia di Gaza, dove il piano americano in venti punti prevede una progressiva smilitarizzazione delle fazioni armate, Hamas compresa -1. Eppure, il tema cisgiordano ha finito per sovrapporsi all’agenda ufficiale, complicando il messaggio che il primo ministro israeliano intendeva consegnare ai suoi interlocutori. A ciò si aggiunge la reazione compatta – e per certi versi preventiva – di otto Paesi arabi e musulmani, tra cui Arabia Saudita, Giordania, Egitto e Qatar, i quali hanno definito la riforma amministrativa “illegale” e hanno ribadito, senza tentennamenti, che Israele non può vantare alcun Titolo di sovranità sui Territori Palestinesi Occupati -6-10.

L’impressione, leggendo le dichiarazioni incrociate, è che la partita sulla Cisgiordania si giochi su due tavoli distinti ma comunicanti: da un lato, la Casa Bianca cerca di contenere le iniziative del suo alleato per non destabilizzare un quadro regionale già provato dalle conseguenze del conflitto nella Striscia e dai negoziati in corso con Teheran; dall’altro, Bruxelles e le Nazioni Unite tentano di ancorare la vicenda ai binari del diritto pattizio, evocando il pericolo di un deterioramento irreversibile. L’Autorità palestinese, di fronte a questa erosione progressiva delle residue prerogative di autogoverno, assiste a un assottigliamento della propria sovranità che pare, a oggi, privo di efficaci contrappesi.

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