La furbata delle firme: mezzo milione di firme per un referendum che non ci sarà
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Redazione Interno
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La cosiddetta “gioiosa macchina da guerra”, assemblata – com’è noto – dal Partito Democratico, dal Movimento 5 Stelle, da Avs, dalla Cgil e dall’Associazione Nazionale Magistrati, ha raggiunto un traguardo insperato in tempi da record. In soli ventiquattro giorni, infatti, ha raccolto oltre cinquecentomila sottoscrizioni per un referendum che, come hanno subito precisato i costituzionalisti, non potrà mai essere ammesso. Un risultato, questo, ottenuto anche grazie al contributo tecnico del “Comitato dei 15”, il quale ha supportato l’operazione del campo largo giudiziario. Ciò che si delinea, pertanto, è il paradosso di uno sforzo popolare imponente, ma destinato a rimanere senza alcuno sbocco concreto, dato che la Costituzione italiana non consente l’indizione di referendum abrogativo sulle leggi di riforma costituzionale. Una mobilitazione, quindi, che si risolve in una mera azione dimostrativa di forza politica e di piazza, la cui portata simbolica supera di gran lunga quella giuridica.
La posta in gioco per il sistema Paese
Al di là della querelle sul metodo, la partita sulla riforma della giustizia tocca nodi cruciali per il futuro del Paese, chiamando in causa la sua competitività e la sua credibilità internazionale. Una riforma costituzionale di tale portata, se ben concepita, potrebbe infatti rappresentare un segnale importante di stabilità per il sistema economico, influenzando positivamente il clima per gli investitori, i quali da sempre guardano con attenzione – e spesso con preoccupazione – all’efficienza della macchina giudiziaria. La questione centrale, come spesso sottolineato dagli osservatori, resta comunque quella dei tempi della giustizia, un vero e proprio freno allo sviluppo: una riforma che non affronti in maniera efficace questo annoso problema rischia di essere percepita come un’operazione di facciata, incapace di produrre quei cambiamenti strutturali che il mondo produttivo attende da anni.
La cauta reazione di Nordio e i passi formali
Mentre le firme venivano validate, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha mostrato un atteggiamento più cauto del solito, limitandosi a commentare, durante un fugace incontro con i giornalisti alla Camera, che il ricorso allo strumento referendario, pur non essendo illegittimo, gli appariva sostanzialmente inutile. Nel frattempo, l’iter istituzionale ha proseguito il suo corso: il consiglio dei ministri ha fissato i giorni per la votazione popolare per il 22 e il 23 marzo, una data poi confermata, come da prassi, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella attraverso l’emanazione di un apposito decreto. Questi atti formali, sebbene necessari, non modificano la natura inammissibile della consultazione, creando una situazione di stallo procedurale.
Un dibattito che confonde più che chiarire
La facilità con cui è stato superato il quorum delle firme testimonia, al di là delle valutazioni di merito, una vivace volontà di partecipazione popolare che meriterebbe di essere canalizzata in un confronto serio e costruttivo. Invece, il dibattito pubblico continua a scaldarsi su toni spesso accesi, alimentando più polemiche che chiarimenti. Sarebbe questo, invece, il momento opportuno per offrire all’intero elettorale gli strumenti per una valutazione precisa e informata della materia in discussione, una materia complessa che attiene agli equilibri fondamentali dello Stato di diritto e ai suoi riflessi sulla vita economica e sociale della nazione. Senza questo sforzo di chiarezza, il rischio concreto è che la consultazione, già di per sé priva di effetto giuridico, si riduca a uno scontro tra fronti opposti, dove la sostanza dei fatti viene sommersa dalla retorica della contrapposizione.




