Spirit Airlines dichiara fallimento: voli cancellati, 17mila dipendenti a terra

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Gli aerei della Spirit Airlines, quelli che per anni hanno colorato i cieli americani con le loro livree gialle e le tariffe da vero e proprio discount del volo, non decolleranno più. La storica compagnia low cost statunitense, un pezzo di storia dell’aviazione commerciale per chi cercava di risparmiare su ogni tratta interna, ha ufficialmente dichiarato fallimento. La decisione, maturata al termine di settimane convulse durante le quali ogni tentativo di salvataggio è miseramente naufragato, è stata comunicata con una secca nota sul sito aziendale: l’intero network viene fermato, e ai passeggeri viene esplicitamente chiesto di non presentarsi in aeroporto. A schiacciare la società, come spesso accade in questo settore dagli equilibri fragilissimi, è stata la combinazione letale tra un’impennata dei costi del carburante – effetto, in larga parte, delle tensioni belliche che coinvolgono l’Iran – e una crisi finanziaria interna ormai giudicata irreversibile dagli stessi amministratori.

Falliti i negoziati dell’ultima ora, nessun accordo con l’amministrazione Trump

La speranza, nelle ultime settimane, si era ancora aggrappata a un possibile intervento esterno: un piano di salvataggio dell’ultimo minuto che avrebbe potuto ridare ossigeno a una macchina ormai in affanno. Ma anche quella strada si è rivelata un vicolo cieco. Le trattative con l’amministrazione del presidente Trump – che ormai da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca – non hanno prodotto alcun accordo concreto. Spirit Airlines, attraverso la sua holding (la Spirit Aviation Holdings, Inc.), ha quindi optato per una “cessazione graduale e ordinata” delle operazioni, una formula tecnica che suona come un epitaffio per una delle low cost più iconiche d’Oltreoceano. I milioni di passeggeri che avevano prenotato un volo si ritrovano così con un biglietto carta straccia, invitati a rivolgersi ad altri competitor per riprogrammare gli spostamenti.

Diciassettemila famiglie senza stipendio e un servizio clienti già spento

Il tracollo della compagnia non lascia a terra soltanto i viaggiatori, molti dei quali – va da sé – avevano scelto Spirit proprio per risparmiare su tratte altrimenti costose. La drammatica portata sociale del fallimento si misura nei numeri dei dipendenti: circa 17mila persone, tra piloti, assistenti di volo, personale di terra e impiegati negli uffici, si trovano da un giorno all’altro senza lavoro. Nessuna cassa integrazione, nessun ammortizzatore sociale di tipo europeo: la società ha già dismesso il servizio clienti, e le linee telefoniche risultano silenti. Un colpo durissimo per le famiglie di chi aveva riposto in quella divisa la propria stabilità economica, e che ora si ritrova a fare i conti con una chiusura secca, senza le gradualità che altre volte hanno accompagnato il declino dei grandi vettori.

Caro carburante e guerra in Iran: la miscela esplosiva che ha spezzato il modello low cost

Le ragioni profonde di questo naufragio affondano in un contesto internazionale che la compagnia non ha saputo né voluto fronteggiare. L’impennata del prezzo del petrolio, alimentata dal conflitto in corso in Iran, ha reso insostenibile il modello di business di Spirit: quello stesso modello che, basato su tariffe ultraribassate e su un utilizzo spinto della capacità degli aerei, funziona solo finché il carburante resta sotto una certa soglia critica. Superata quella soglia, i margini si assottigliano fino a sparire. Le settimane di trattative disperate per trovare un acquirente o un finanziatore di ultima istanza non hanno portato a nulla. E così, dopo mesi di difficoltà finanziarie che gli addetti ai lavori conoscevano bene ma che il pubblico faticava a immaginare così gravi, la storica low cost americana ha chiuso i battenti. I suoi aerei non riempiranno più i parcheggi degli aeroporti secondari, e quel giallo acceso – simbolo di un volo per tutti – resta ora solo nei ricordi di chi ci è salito almeno una volta.

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