Spirit Airlines dichiara fallimento, la guerra in Iran e il caro carburanti affossano la low cost
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Non decolleranno più, i celebri aerei gialli della Spirit Airlines, perché la storica compagnia low cost americana ha ufficialmente dichiarato la propria incapacità di proseguire l'attività, gettando nello scompiglio i cieli degli Stati Uniti. Dopo settimane di estenuanti tentativi – si era parlato anche di un possibile salvataggio dell’ultimo minuto – il vettore ha infatti annunciato la cessazione immediata delle operazioni e l’avvio della liquidazione, suggellando così un destino segnato da una crisi finanziaria rivelatasi, alla fine, irreversibile. In una nota ufficiale pubblicata sul proprio sito web, la società ha invitato i passeggeri a non recarsi nemmeno negli aeroporti, confermando senza mezzi termini che l’intero network è stato fermato e che il servizio clienti è stato dismesso, lasciando di fatto i viaggiatori a loro stessi per la riprotezione.
L’aumento dei costi del carburante e lo stop alla trattativa con la Casa Bianca
A travolgere la compagnia, messa già in ginocchio da due procedure di Chapter 11 consecutive nell’arco degli ultimi due anni, è stata la drammatica impennata del costo del cherosene, una conseguenza diretta e pesantissima del conflitto in corso in Iran che ha sconvolto i mercati energetici globali. Le stime elaborate dalla stessa Spirit prima dello scoppio della guerra, le quali prevedevano un costo del carburante intorno ai due dollari e venti centesimi al gallone, sono state spazzate via da una realtà di prezzo che ha raggiunto e superato i quattro dollari e trenta centesimi, rendendo insostenibile qualsiasi modello di business basato sulle tariffe ultra scontate. Mentre i piani di ristrutturazione affondavano sotto il peso di questi rincari, è sfumata anche la pur flebile speranza di un accordo di salvataggio con l’amministrazione Trump, nonostante le trattative – riguardanti un prestito da cinquecento milioni di dollari che avrebbe garantito allo Stato una quota azionaria di controllo – fossero proseguite fino alle ultime ore prima della dichiarazione di chiusura.
Diciassettemila dipendenti a terra e il caos per i passeggeri
Le conseguenze di questa brusca interruzione delle attività si traducono in numeri impietosi per il settore del trasporto aereo, con circa diciassettemila dipendenti che si ritrovano da un giorno all’altro senza un’occupazione e milioni di passeggeri costretti a rivedere i propri piani di viaggio. La portata del disastro umano e lavorativo è paragonabile ai grandi crack aziendali americani; l’azienda, fondata trentaquattro anni fa e diventata celebre per la sua flotta dai colori sgargianti, cessa di esistere nonostante la sua leadership avesse cercato fino all’ultimo di trovare una quadra per onorare gli impegni presi con i creditori. Chi aveva acquistato un biglietto per i prossimi giorni si vede costretto a cercare alternative tra i competitor – alcuni dei quali, come American e United, hanno già annunciato tariffe di “soccorso” per i viaggiatori rimasti bloccati –, mentre l’assistenza clienti della compagnia ormai defunta non è più in grado di fornire alcun tipo di supporto operativo per il rimborso o la rilocazione.
Il fallimento della procedura concorsuale e l’addio ai cieli
A nulla è servito il ricorso alla procedura concorsuale assistita, quella che gli americani chiamano Chapter 11, tentata dalla direzione aziendale lo scorso agosto per cercare di alleggerire un debito che aveva superato i sette miliardi di dollari e riorganizzare la flotta. Nell’accordo di ristrutturazione raggiunto con i creditori a febbraio, la compagnia si era impegnata a ridurre la propria presenza in alcune rotte meno profittevoli e a limare i costi fissi, ma nessuna di quelle misure aveva preventivato uno scenario di conflitto bellico in grado di far raddoppiare la spesa per il carburante da un mese all’altro. Senza la possibilità di accedere a nuova liquidità – la trattativa con la Casa Bianca è naufragata anche per la riluttanza di alcuni obbligazionisti ad accettare le condizioni imposte dal governo – e con i conti in rosso, l’unica strada percorribile è stata quella della liquidazione totale, che segna la fine di un’era per il trasporto low cost a stelle e strisce e restituisce un quadro impietoso della fragilità finanziaria del settore di fronte alle crisi geopolitiche.




