Merkel e la svolta tedesca, tra storia e nuovi budget per la difesa
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Redazione Esteri
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Esattamente dieci anni fa, il 22 novembre del 2005, Angela Merkel venne eletta Cancelliera della Repubblica federale tedesca, un evento che, sebbene all’epoca potesse apparire come l’esito di contingenti casualità – basti pensare alla vittoria ottenuta sul filo di lana dalla Cdu sulla Spd guidata allora da Gerhard Schröder – si è rivelato in seguito l’inizio di un ciclo politico destinato non solo a cambiare la storia nazionale, ma anche a segnare in maniera indelebile il destino dell’intera Europa. Quel giorno, che portava per la prima volta una donna alla guida del paese, inaugurava un’era di stabilità e di influenza internazionale, la cui lunga durata, protrattasi sino all’8 dicembre del 2021, finisce per offrire, per semplice contrapposizione temporale, un ritratto della frammentarietà altrui: nel medesimo arco di tempo, in Italia, si sarebbero infatti succeduti ben dieci esecutivi, da Berlusconi a Draghi, a testimonianza di una continuità di governo divenuta ormai un unicum nel panorama continentale.
La trasformazione strategica e l'impegno finanziario
Se l’eredità politica di quel ventennio è oggetto di analisi complesse, ciò che emerge con chiarezza cristallina è la radicale trasformazione nell’approccio strategico della Germania, passata, nel giro di pochi anni, dalle politiche di stampo pacifista che avevano caratterizzato una parte significativa dell’era Merkel all’attuale e decisa spinta per un potenziamento delle capacità militari. Una transizione che, oltre a riflettere un mutato scenario geopolitico, trova la sua espressione più tangibile e immediata nelle cifre mastodontiche del nuovo budget per la difesa, recentemente concordato tra le forze di governo. L’accordo, che dovrebbe ricevere l’approvazione definitiva nel giro di pochi giorni, stabilisce per l’anno 2026 una dotazione finanziaria complessiva di 108,2 miliardi di euro, un impegno economico senza precedenti che segna un netto scarto rispetto al recente passato.
La struttura del fondo e il confronto con il passato
Di questa somma ingente, una parte cospicua, pari a 82,69 miliardi, costituisce il bilancio base del ministero, il quale registra così un incremento molto significativo se paragonato ai 62,29 miliardi stanziati per il 2025. A questo importo si vanno poi ad aggiungere ulteriori 25,51 miliardi di euro, che proverranno dal cosiddetto “fondo speciale” per la Bundeswehr, il quale, per confronto, aveva destinato 24,06 miliardi soltanto per l’esercizio finanziario precedente. Questa articolazione del finanziamento – suddivisa tra capitolo ordinario e fondo straordinario – dimostra una volontà precisa di dare sostenibilità strutturale allo sforzo di ammodernamento delle forze armate, andando ben oltre le mere operazioni di maquillage contabile o gli interventi una tantum.
Le ricadute sul personale e un paradosso remunerativo
Le ricadute di tale cambiamento di rotta, del resto, non si limitano all’acquisto di nuovi sistemi d’arma o all’adeguamento tecnologico, ma investono in maniera diretta la sfera del capitale umano, come attesta la decisione della maggioranza di governo di approvare, per i volontari in servizio, una retribuzione mensile lorda di 2.600 euro. Una misura che, al di là del suo valore di incentivo economico consistente, rappresenta un segnale inequivocabile di attenzione verso il personale, il cui ruolo viene pubblicamente riconosciuto e valorizzato. È proprio questo aspetto, tuttavia, a sollevare interrogativi stringenti oltre i confini nazionali, generando un paradosso remunerativo di non poco conto: dinanzi a tali dati, infatti, è legittimo chiedersi se sia accettabile che un militare professionista italiano, con anni di esperienza e addestramento alle spalle, possa percepire una retribuzione inferiore a quella garantita a un volontario tedesco, in un quadro comparativo che evidenzia differenze abissali nell’approccio strategico e nella priorità assegnata al settore della difesa.




