Cuba sull'orlo del collasso energetico, il blocco petrolifero Usa paralizza l'isola
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Redazione Esteri
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Le strade de L’Avana, un tempo vive del ronzio costante di auto d’epoca e di taxi collettivi, giacciono in una desolazione silenziosa, specchio di una crisi che sta stringendo Cuba in una morsa sempre più soffocante. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, riaffermando una strategia di pressione che perdura da decenni, ha imposto un embargo totale sulle forniture di petrolio all’isola, una mossa che ha rapidamente fatto precipitare il paese in quello che le autorità locali non esitano a definire un “periodo speciale” di estrema gravità. La carenza di carburante, infatti, non rappresenta soltanto un inconveniente logistico ma si sta trasformando in un’emergenza sistemica, la quale, penetrando ogni strato della società, mina le basi stesse della quotidianità e dei servizi essenziali.
Il razionamento e la paralisi dei trasporti
Il governo dell’Avana, presieduto da Miguel Díaz-Canel, ha reagito al blocco presentando un piano di razionamento draconiano, destinando le scorte residue esclusivamente a settori considerati prioritari. Tra questi, come annunciato, figurano la produzione agricola – già fragile –, l’istruzione, l’approvvigionamento idrico e la difesa nazionale. Per il resto della popolazione, e in particolare per gli automobilisti, la benzina è diventata un bene quasi introvabile. Il razionamento ha prodotto, di conseguenza, una paralisi quasi assoluta del trasporto privato e pubblico, con bus e treni che circolano in forma drasticamente ridotta, isolando ulteriormente le province e complicando gli spostamenti per lavoro. Molti tassisti, figura iconica del panorama urbano cubano, raccontano uno sconforto profondo, vedendo svanire la propria fonte di sostentamento da un giorno all’altro.
L’impatto devastante sui servizi sanitari e sul turismo
Le ricadute più drammatiche del blocco petrolifero, tuttavia, si registrano nel sistema sanitario, un pilastro storico della rivoluzione. Diversi ospedali hanno già annunciato la sospensione degli interventi chirurgici non urgenti, poiché le riserve di gasolio necessarie a garantire la continuità elettrica e il funzionamento delle sale operatorie devono essere preservate per le sole emergenze. Questa situazione, unita alla riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni – misura adottata per contenere i consumi –, sta erodendo la capacità di risposta di una struttura medica già provata da anni di difficoltà. Parallelamente, il settore turistico, vitale per l’economia dell’isola, subisce un colpo durissimo: alcuni tra i più importanti resort sono stati costretti alla chiusura temporanea, privando il paese di una fondamentale entrata di valuta estera in un momento in cui sarebbe più che mai necessaria.
Le riforme annunciate e la resistenza di un modello
Di fronte a questo scenario, il presidente Díaz-Canel ha parlato della necessità di implementare riforme economiche, pur sottolineando – in una dichiarazione carica di significato politico – la volontà di non tradire l’essenza socialista del modello cubano. Le misure di austerity, che includono anche la riduzione della settimana scolastica, configurano una risposta d’emergenza a una crisi energetica senza precedenti, la quale si innesta su una crisi sociale preesistente, acuendola in maniera esponenziale. Il cosiddetto “opzione zero”, cioè la gestione in assenza di afflussi di combustibile, sta già mostrando i suoi effetti più immediati, trasformando l’embargo da strumento di pressione politica in un fattore concreto che condiziona la sopravvivenza stessa della popolazione, mentre il governo cerca di bilanciare la necessità di resistenza con quella di garantire un minimo di funzionalità al paese.




