Tim e Fastweb Vodafone voltano le spalle a Inwit: è scontro legale sui contratti delle torri
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Redazione Economia
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Non si placano le turbolenze per Inwit, la società che gestisce l’infrastruttura passiva delle torri di telefonia mobile, ormai da giorni al centro di una bufera finanziaria e contrattuale. Dopo la mossa a sorpresa di Fastweb+Vodafone – che per prima ha notificato la disdetta del Master Service Agreement, meglio noto come Msa – anche Tim ha ufficialmente deliberato la rescissione del proprio legame contrattuale con la tower company. Una decisione, quest’ultima, arrivata al termine di un consiglio di amministrazione tenutosi sotto la presidenza di Alberta Figari, che ha gettato nuovo combustibile sul fuoco di una polemica che riguarda da vicino il futuro delle infrastrutture digitali del Paese. Le azioni di Inwit, conseguentemente, hanno subito un’ulteriore flessione in Borsa, segnando a tratti un cedimento di oltre tre punti percentuali in un clima di crescente incertezza tra gli investitori.
La frattura contrattuale e le diverse interpretazioni sulla scadenza il fulcro della disputa risiede nella clausola sul cambio di controllo (change of control), esercitata nell’agosto del 2022, e nella sua ricaduta sulla durata effettiva degli accordi. Tim, nel dettaglio, ha comunicato la volontà di recedere dal contratto con efficacia fissata alla naturale scadenza dell’agosto 2030, richiamandosi proprio a quell’evento societario del 2022. Una posizione che, seppur decisa, appare più sfumata rispetto a quella della cordata Fastweb+Vodafone, la quale considera invece il proprio Msa valido soltanto fino al marzo 2028, usufruendo di un preavviso contrattuale di due anni. Inwit, per contro, non solo respinge al mittente entrambe le interpretazioni, ma rilancia con una lettura diametralmente opposta. Secondo la società guidata (e quotata in Piazza Affari), l’esercizio incrociato delle opzioni di rinnovo – avvenuto sempre nell’agosto del 2022 a seguito del mutamento dell’assetto proprietario – ha di fatto sterilizzato ogni diritto di recesso reciproco, estendendo irrevocabilmente la durata del rapporto fino all’agosto 2038. Da qui la definizione di “disdetta priva di fondamento giuridico” che Inwit ha immediatamente opposto alla manovra di Tim, annunciando battaglia in tutte le sedi competenti per difendere la validità di un accordo che, a suo dire, rimarrà in piedi per altri dodici anni.
Le ragioni economiche e il riassetto strategico degli operatori a muovere i fili di questa complessa partita non è soltanto una querelle legale sui tempi, ma una profonda divergenza sulla sostenibilità economica dei canoni. Fastweb+Vodafone è stata la prima a denunciare pubblicamente il disallineamento: i costi dei servizi applicati da Inwit, a loro avviso, non sarebbero più in linea con i benchmark di mercato, risultando troppo elevati e limitando di fatto la capacità di investire nello sviluppo del 5G e nella digitalizzazione. Una critica che, sebbene non esplicitata nei medesimi termini, trova un’eco nelle motivazioni addotte da Tim, laddove l’azienda giustifica la disdetta come parte integrante di un “percorso di ottimizzazione della struttura dei costi infrastrutturali”. Inwit, difendendo il proprio modello di business, ha ribattuto sostenendo che i propri corrispettivi sono “estremamente competitivi” e persino inferiori alla media europea, aggiungendo – con una frase che suona quasi come un avvertimento – che il canone include diritti esclusivi di riserva di spazio e veri e propri diritti di veto sull’ospitalità a terzi, condizioni difficilmente replicabili altrove.




