Fastweb Vodafone disdette Inwit, la guerra delle torri finisce in tribunale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quella che doveva essere una mera partita industriale, incentrata sull’efficientamento degli asset strategici per lo sviluppo del 5G, si è trasformata in un vero e proprio braccio di ferro legale destinato a definire il futuro degli investimenti infrastrutturali in Italia. Al centro della contesa c’è il Master Service Agreement (Msa), il contratto quadro che lega Inwit – il principale operatore nazionale di torri di telecomunicazione – alla joint venture Fastweb+Vodafone, controllata a sua volta dal gruppo svizzero Swisscom. Quest’ultima, ritenendo ormai insostenibili le condizioni economiche pattuite per l’accesso alle infrastrutture passive, ha ufficialmente notificato la disdetta dell’accordo, un atto che secondo la controparte sarebbe invece privo di fondamento giuridico e destinato a essere impugnato.

La strategia di Swisscom: costi fuori mercato e migrazione entro il 2028

La decisione di procedere con la risoluzione anticipata arriva dopo mesi di tensioni palesi, durante i quali Fastweb+Vodafone ha più volte lamentato che i canoni richiesti da Inwit risultassero superiori ai benchmark europei, limitando di fatto la capacità di investire nel potenziamento delle reti di nuova generazione. La disdetta, comunicata formalmente rispettando il preavviso contrattuale di due anni, fissa la cessazione degli effetti del contratto per la fine di marzo del 2028. Nella stessa nota, Swisscom ha precisato che intende avviare immediatamente un negoziato per definire un piano di migrazione pluriennale, una transizione studiata per garantire la continuità operativa senza soluzione di continuità verso nuovi fornitori terzi di infrastrutture passive. L’obiettivo dichiarato, ha spiegato l’operatore, è quello di liberare risorse finanziarie – attualmente quantificabili in circa 1,5 miliardi di euro annui di investimenti – per accelerare il rollout del 5G e sviluppare nuove infrastrutture proprietarie.

La replica di Inwit: contratto blindato fino al 2038

L’iniziativa di Fastweb+Vodafone è stata accolta con una fermezza pari solo alla sorpresa manifestata pubblicamente dai vertici di Inwit. La tower company, quotata a Piazza Affari, ha definito l’atto di disdetta “illegittimo” e privo di fondamento giuridico, annunciando il ricorso immediato al Tribunale di Milano per ottenere un provvedimento cautelare volto a inibire gli effetti della risoluzione. A sostegno della propria tesi, Inwit richiama la struttura originale del contratto siglato nel 2020, un accordo che prevedeva l’acquisizione da parte della società delle infrastrutture allora detenute da Vodafone Italia per un corrispettivo complessivo di circa 5,7 miliardi di euro. L’azienda sostiene che, in base a una clausola di protezione per il cambio di controllo – scattata nell’agosto del 2022 – la durata dell’Msa sia stata estesa automaticamente fino al 2038, un arco temporale durante il quale non sarebbe consentita alcuna facoltà di recesso.

Uno scontro legale con riflessi sul mercato e sulla concorrenza

La frattura tra le due parti si è consumata in un clima di crescente conflittualità, nonostante i ripetuti inviti formali di Inwit a dirimere le divergenze interpretative in via bonaria o attraverso sedi arbitrali, inviti che Fastweb+Vodafone avrebbe “significativamente” declinato. Il rischio concreto, ora, è che la partita si giochi interamente in aula, con possibili ripercussioni immediate sull’andamento dei titoli del settore e, in prospettiva, sulle dinamiche concorrenziali. L’esito di questa battaglia legale, che coinvolge due dei principali attori della connettività nazionale, definirà non solo il destino dei ricavi di Inwit – per i quali questi contratti rappresentano la maggior parte del fatturato – ma anche il modello di sviluppo delle reti mobili nel Paese. Sul fronte industriale, a complicare ulteriormente lo scenario, si inserisce il recente annuncio di una joint venture tra Tim e Fastweb+Vodafone per la costruzione diretta di nuove torri, un progetto che, nelle intenzioni dei due operatori, mira proprio a ridurre la dipendenza da infrastrutture di terzi.

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