Quattro anni di guerra in Ucraina, l’appello di Crociata: “Si intensifichino gli sforzi diplomatici per una pace giusta”
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Redazione Esteri
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Nel giorno esatto in cui si compie il quarto anniversario dell’invasione russa, quella che il 24 febbraio del 2022 Vladimir Putin, ex agente del KGB e oggi zar del Cremlino, innescò con l’aggressione delle sue armate, la voce delle Chiese europee si leva per chiedere un cambio di passo. È monsignor Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea (Comece), a farsi portavoce di un’istanza che è insieme spirituale e politica, laddove il confine tra la preghiera e l’azione concreta si fa sottile ma non per questo meno pressante. Il presule, raccogliendo idealmente il testimone degli appelli che in questi anni si sono susseguiti, invita a non cedere alla stanchezza e all’assuefazione, fenomeni questi che rappresentano un pericolo subdolo quanto i bombardamenti stessi. “Siamo profondamente colpiti”, ha dichiarato Crociata, “dalla prolungata durata della guerra e dalle sue devastanti conseguenze, con così tanti morti e feriti, una distruzione diffusa e un’intera popolazione che soffre immense sofferenze”. Un’analisi, la sua, che non si limita alla constatazione del massacro, ma che si spinge a chiedere all’Unione europea e ai suoi Stati membri di intensificare tutti gli sforzi diplomatici possibili, affinché si possa finalmente giungere a una pace che sia globale, giusta e, non ultimo, duratura. Non una tregua qualsiasi, insomma, ma un accordo che ponga le basi per una convivenza futura, e che proprio per questo necessita di essere accompagnato da un autentico processo di ricostruzione e riconciliazione, anche e soprattutto tra i popoli.
La resistenza di un popolo e il canale umanitario del Vaticano
Se da un lato le gerarchie ecclesiastiche europee premono per una soluzione negoziata, dall’altro la cronaca quotidiana che arriva dal terreno racconta di un conflitto che non conosce soste e di una popolazione che, nonostante tutto, continua a opporre una resistenza che è prima di tutto esistenziale. Il portavoce del capo della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, descrive una realtà fatta di “enorme stanchezza”, ma al contempo di una “straordinaria resilienza”. È in questo contesto che si inserisce il lavoro silenzioso della Santa Sede, un lavoro che procede su binari paralleli: quello pubblico della condanna e quello, più defilato ma altrettanto cruciale, dell’azione umanitaria. Lo stesso Shevchuk, ricevuto in udienza da Papa Leone XIV lo scorso 12 febbraio, ha consegnato al Pontefice una lista contenente i nomi di 400 prigionieri, un gesto che testimonia la volontà di mantenere aperto un canale di comunicazione e di speranza per le famiglie di chi è stato catturato o risulta disperso. Un canale che, dall’inizio dell’invasione su vasta scala, il Vaticano presidia con sistematicità, cercando di strappare vite umane alla logica inesorabile del conflitto.
L’urgenza della pace secondo il Pontefice
L’eco di queste sofferenze è giunta chiara fino all’Angelus domenicale, quando lo stesso Leone XIV ha voluto dedicare un pensiero accorato al martoriato popolo ucraino. Le sue parole, pronunciate il 22 febbraio, hanno avuto il tono di un monito che non ammette deroghe: “Quante vittime, quante vite e famiglie spezzate! Quanta distruzione! Quante sofferenze indicibili…”. Il Pontefice, con una durezza lessicale che non lascia spazio a fraintendimenti, ha ribadito un concetto che dovrebbe essere fondativo per la coscienza dell’Europa intera, e cioè che ogni guerra rappresenta una ferita inferta all’intera famiglia umana, una ferita che lascia dietro di sé una scia di dolore capace di segnare intere generazioni a venire. “La pace non può essere rimandata”, ha tuonato il Papa, definendola “un’esigenza urgente” che deve tradursi in decisioni responsabili. Un appello, il suo, a far tacere le armi e a cessare i bombardamenti, affinché si possa giungere senza indugio a un cessate-il-fuoco che apra la strada a un dialogo vero, sincero e diretto.
Quattro anni sono un tempo lunghissimo, se misurato con il metro delle vite umane e delle città ridotte in macerie. L’invasione iniziata nel 2022 con l’obiettivo dichiarato di prendere Kiev in pochi giorni si è trasformata in una logorante guerra di posizione, che oggi, come sottolineano gli osservatori internazionali, vede la Russia occupare circa un quinto del territorio ucraino, con avanzamenti però lentissimi e al prezzo di perdite immani. E mentre i leader europei, dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen al presidente del Consiglio Ue Antonio Costa, si recano a Kiev per ribadire la loro vicinanza e cercare di sbloccare aiuti fondamentali per la sopravvivenza energetica del Paese, le trattative diplomatiche restano in una fase di stallo preoccupante. Il nodo della cessione dei territori del Donbass, che Mosca pretende di annettere formalmente, rimane il principale scoglio su cui i negoziati rischiano di infrangersi, gettando un’ombra cupa su ogni prospettiva di pace.




