L'accordo Ue-Mercosur supera lo scoglio degli stati, ma la partita si sposta a Strasburgo
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Redazione Interno
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Dopo un quarto di secolo, caratterizzato da negoziati estenuanti e da improvvise battute d’arresto che sembravano preludere a un definitivo naufragio, l’intesa commerciale tra l’Unione europea e il blocco sudamericano del Mercosur ha compiuto un passo decisivo, seppur formale, ottenendo il via libera dal Consiglio. Un esito, quello raggiunto a Bruxelles tra gli ambasciatori, che si staglia in un panorama economico globale sempre più frammentato e protetto da barriere doganali, segnando dunque una scelta di campo chiara, almeno nelle intenzioni politiche. Il voto italiano, dopo aspre discussioni interne e l’ottenimento di ulteriori garanzie per tutelare un settore agricolo già in forte affanno, si è rivelato determinante per sbloccare quella maggioranza qualificata che appariva, fino all’ultimo, tutt’altro che scontata.
Le criticità irrisolte e lo scetticismo degli agricoltori
La firma, che sarà apposta nei prossimi giorni in Paraguay, rappresenta però soltanto l’inizio di un iter complesso, poiché il testo dovrà ora affrontare il vaglio del Parlamento europeo, dove le perplessità sono molte e radicate. Al di là delle dichiarazioni trionfalistiche, che dipingono l’accordo come un capolavoro di diplomazia economica, persistono infatti criticità profonde e ampiamente documentate. Il nodo principale, come denunciato da numerose organizzazioni e come evidenziato da rapporti indipendenti, risiede nell’impatto ambientale e sociale dell’intesa, la quale, nella sua struttura attuale, sembra ignorare sistematicamente i costi reali della liberalizzazione. C’è il fondato timore che l’aumento delle quote d’importazione, specialmente per prodotti come la carne bovina, la soia e l’etanolo, possa tradursi in un incentivo indiretto alla deforestazione e al land grabbing in Amazzonia e in altri biomi fondamentali per l’equilibrio climatico del pianeta, vanificando di fatto gli impegni presi dall’Europa in sede internazionale.
Parallelamente, il fronte interno europeo, quello degli agricoltori e degli allevatori, esprime un disagio tangibile che va ben al di là delle semplici proteste di categoria. Si parla, nelle loro analisi, di concorrenza sleale basata su standard produttivi e normativi meno stringenti in materia di benessere animale, uso di agrofarmaci e tutela del lavoro, elementi che comprimono i costi di produzione dei partner sudamericani creando un divario difficilmente colmabile. Gli allevatori di bovini, per citare un caso emblematico, osservano con apprensione la quota di 99mila tonnellate di carne a dazio agevolato, temendo che questa finisca per saturare il mercato dei tagli di qualità superiore, dove il differenziale di prezzo, stimato dagli istituti di settore tra il 18 e il 32 percento, risulta particolarmente marcato e potenzialmente devastante per le aziende continentali.
Il futuro negoziale e le questioni aperte
La battaglia politica si sposterà dunque a Strasburgo, dove i gruppi parlamentari dovranno esaminare il complesso dossier in ogni sua parte, affrontando pressioni contraddittorie. Da un lato, l’esecutivo comunitario e diversi governi nazionali spingono per chiudere rapidamente un negoziato storico, sottolineandone i benefici geopolitici in un momento di ridefinizione delle alleanze globali e la volontà di stringere legami più saldi con un’America Latina dove la Cina ha esteso la sua influenza. Dall’altro, una coalizione trasversale, che include forze verdi, socialdemocratiche e una parte dei popolari, chiede con forza modifiche sostanziali e clausole vincolanti, capaci di trasformare le promesse di sostenibilità – spesso relegate in allegati non giuridicamente coercitivi – in meccanismi di salvaguardia concreti e sanzionabili. Un processo che, inevitabilmente, richiederà tempo e che potrebbe portare a una riscrittura di parti significative del testo, dimostrando come la firma tra i capi di stato e di governo sia soltanto un atto in un copione ancora tutto da definire.




