Brescia, nuove pietre d'inciampo per non dimenticare tre vite spezzate

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nella mattinata del 13 gennaio, mentre il freddo invernale avvolgeva le strade, Brescia ha vissuto un momento di profonda memoria civica. L’artista tedesco Gunter Demnig, ideatore di quel progetto diffuso che ha trasformato l’Europa in un monumento collettivo, ha posato personalmente tre nuove pietre d’inciampo in altrettanti punti della città. Un’operazione, questa, che ha visto la partecipazione di istituzioni locali, rappresentanti di associazioni e studenti, creando un filo silenzioso e rispettoso tra il passato e le nuove generazioni. La cerimonia, svoltasi in tre momenti successivi, ha scandito un percorso fisico e ideale attraverso i luoghi della vita quotidiana, là dove l’oblio potrebbe invece avanzare indisturbato.

La consegna del simbolo cittadino a Demnig

Nel pomeriggio dello stesso giorno, all’intensa commemorazione ha fatto seguito un altro gesto significativo. La sindaca Laura Castelletti, alla presenza del vicesindaco Federico Manzoni e di altre figure istituzionali e culturali come l’assessore Marco Fenaroli e il presidente della Casa della Memoria Manlio Milani, ha consegnato a Gunter Demnig la Vittoria Alata, simbolo massimo della città di Brescia. Il riconoscimento è stato attribuito all’artista per il suo instancabile lavoro, che ha dato vita al più esteso monumento europeo dedicato alla memoria individuale delle vittime delle dittature nazista e fascista. Un’opera, la sua, che si compone di migliaia di sampietrini rivestiti di ottone, ciascuno dei quali racconta una storia unica e irripetibile, sottraendola all’anonimato della Storia con la "S" maiuscola.

Le storie dietro ogni pietra

Ognuna di quelle piccole lastre d’ottone incastonate nel selciato custodisce, infatti, un destino personale tragicamente interrotto. Come quello di Giacomo Cazzago, la cui vicenda umana emerge con forza dai documenti e dai racconti. Sua madre, Maria, aveva intrapreso un viaggio in bicicletta da Remedello, dove la famiglia si era sfollata, fino al lago di Garda, allora sede della Repubblica Sociale Italiana, con la disperata speranza di poter parlare direttamente con il Duce e ottenere la liberazione del figlio. L’uomo, noto per la sua attività antifascista, era stato arrestato e la madre tentò l’impossibile. La promessa ricevuta, che lo avrebbe visto tornare a casa, si rivelò un’amara illusione: Giacomo Cazzago fu deportato nel campo di concentramento di Dachau, dove trovò la morte il 21 marzo del 1945, a pochissimo tempo dalla fine del conflitto e dalla liberazione dei lager.

Un monumento diffuso che interroga il presente

Le iniziative di Brescia, che seguono di pochi giorni analoghe commemorazioni con nuove pietre d’inciampo anche in altre città come Palermo in vista della Giornata della Memoria, vanno ben oltre la semplice installazione di un segno urbano. Esse rappresentano un atto di cura della memoria storica, un modo per ancorare al tessuto vivo della città il ricordo di chi fu travolto dalla barbarie. L’"inciampo" non è fisico, ma mentale e civile; costringe a fermarsi, a leggere un nome, delle date, a interrogarsi su una vita che fu. Questo lavoro paziente di ricostruzione e di segnalazione, portato avanti da anni da Demnig con il supporto di amministrazioni locali e realtà associative, impedisce che la retorica o l’astrazione prevalgano sulla concretezza delle esistenze spezzate, mantenendo viva una responsabilità che non si esaurisce nel ricordo, ma che fonda le basi per una coscienza collettiva più vigile.

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