Putin chiede ai soldi degli oligarchi una “spinta volontaria” alla guerra

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’aria che si respira al Cremlino, nonostante le apparenze di una macchina bellica ancora in marcia, è cambiata. Vladimir Putin, incontrando a porte chiuse i vertici delle grandi imprese russe subito dopo il congresso dell’Unione russa degli industriali e degli imprenditori, avrebbe lanciato una richiesta tanto inedita quanto rivelatrice: finanziare volontariamente la campagna militare in Ucraina. A riportare l’indiscrezione, attingendo a fonti proprie, è stato giovedì The Bell, gettando luce su un retroscena che Mosca avrebbe preferito tenere nell’ombra. Perché, se è vero che l’economia russa resiste – e in parte grazie ai venti dell’energia che gonfiano le casse statali –, è altrettanto vero che il costo di una guerra prolungata comincia a scricchiolare sotto il peso dei numeri.

Il silenzio degli zar e il conto che sale

Putin, di solito abilissimo nel dipingere l’immagine di una Russia autosufficiente e blindata, si è trovato nella posizione scomoda di dover tendere la mano ai suoi stessi miliardari. Durante quell’incontro, riservato e senza verbali ufficiali, il presidente avrebbe sottolineato la necessità di trovare nuove risorse per sostenere lo sforzo bellico, un modo elegante per dire che i soldi del bilancio, da soli, non bastano più. Il Guardian, da parte sua, ha quantificato il fenomeno: lo scorso anno la spesa per la difesa del Cremlino è schizzata del 42%. Un balzo che non lascia indifferenti, specie se incrociato con le dichiarazioni del Financial Times, secondo cui almeno due uomini d’affari russi avrebbero già comunicato la loro disponibilità a contribuire direttamente al bilancio della difesa.

Tra volontariato obbligato e pressioni sul fronte

Nessuno, tra gli addetti ai lavori, si illude sulla reale natura di quel “volontario”. In un sistema dove lo stato può sempre ricordare chi ha costruito le proprie fortune, la richiesta del capo del Cremlino suona più come una cortese intimazione. Sebbene l’esplosione dei prezzi di gas, petrolio e fertilizzanti garantisca una manna inattesa – e certo non indifferente –, la macchina da guerra divora risorse a un ritmo insostenibile. E mentre Zelensky annuncia “progressi delle forze ucraine nelle zone meridionali della linea del fronte”, a Kiev cresce il timore per un possibile dirottamento delle armi americane verso l’Iran. Ma quello è un altro fronte, un’altra partita. Qui, in Russia, si tratta di capire se gli oligarchi apriranno i cordoni della banca davanti a un Putin che, pur avendo Trump nuovamente alla Casa Bianca e un possibile allentamento delle sanzioni all’orizzonte, sa di non poter mollare la presa.

Un conflitto lungo e il denaro che scarseggia

La situazione sul campo resta incerta, i progressi delle truppe russe appaiono limitati, eppure il conflitto sembra destinato a durare ancora a lungo. Ed è proprio questa prospettiva – quella di un logoramento senza fine – a rendere così urgente la caccia ai rubli degli oligarchi. Loro, abituati a muoversi nell’ombra tra Londra, Cipro e le dacie sul lago di Como, si trovano ora nella stanza dei bottoni con un padrone che chiede sacrifici. Non si tratta di patriottismo, ma di sopravvivenza finanziaria dello stato maggiore. E il dettaglio, tutt’altro che secondario, è che la richiesta di Putin arriva proprio mentre il bilancio della difesa, già pompato da una crescita a doppia cifra, mostra i primi segni di affaticamento. La guerra, si sa, si vince anche coi carri armati, ma si perde se il carburante finisce. O se, come in questo caso, a doverlo pagare sono quegli stessi miliardari che fino a ieri si sono arricchiti sulle spalle dello stato.

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