Ucraina, possibili nuovi negoziati la settimana prossima: Peskov frena e l’intelligence Ue non crede alla buona fede di Mosca

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ipotesi di un nuovo round negoziale tra Russia e Ucraina, con la mediazione degli Stati Uniti, torna a far capolino all’orizzonte diplomatico per la settimana entrante, ma il condizionale rimane d’obbligo. Fonti citate dall’agenzia di stampa russa Tass, infatti, lasciano intendere che delegazioni di Mosca, Kiev e Washington potrebbero ritrovarsi a Ginevra tra il 23 febbraio e il primo marzo, dopo i colloqui trilaterali tenutisi nella città svizzera il 17 e 18 febbraio scorsi -8. Tuttavia, alla chiara volontà mostrata dall’Ucraina di tornare al tavolo per discutere, ha fatto da contraltare la consueta cautela, se non gelo, del Cremlino. Interpellato in merito, il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov ha risposto con un secco "non posso confermarlo", aggiungendo che eventuali accordi verranno comunicati solo una volta raggiunti -1-5. Una presa di distanza che, nelle more di una conferma ufficiale, getta più di un’ombra sulla reale volontà di Mosca di procedere speditamente verso una soluzione del conflitto.

Lo scetticismo delle spie europee e la linea dura del Cremlino

A suffragare il pessimismo circa le reali intenzioni del presidente russo Vladimir Putin, giungono valutazioni ben più preoccupanti di un semplice "no comment". Cinque alti capi dei servizi di intelligence europei, parlando in forma anonima all’agenzia Reuters, hanno dipinto un quadro nitido e desolante: la Russia non avrebbe alcuna intenzione di porre fine alla guerra in tempi rapidi, bensì starebbe usando i negoziati, definiti da uno di loro come una mera "recita", per strappare concessioni e un allentamento delle sanzioni -7. Le loro analisi convergono su un punto fermo: gli obiettivi strategici di Mosca non sono cambiati e puntano, come minimo, alla rimozione del presidente Volodymyr Zelensky e alla creazione di uno Stato cuscinetto privato della sua sovranità. La macchina da guerra russa, lungi dall’arrancare, continuerebbe a funzionare a regime, con un’economia che, pur tra mille difficoltà, non mostra segni di collasso imminente e che anzi permette di pianificare nuove chiamate alle armi per sopperire alle ingenti perdite subite sul campo -7-10.

La tattica dilatoria e i segnali inequivocabili secondo l’ISW

Che la strategia del Cremlino sia quella di prendere tempo, piuttosto che cercare un accordo, è del resto la tesi sostenuta con forza dall’Institute for the Study of War (Isw). Il think tank americano, che monitora quotidianamente l’andamento del conflitto, ha analizzato i colloqui di Ginevra evidenziando quelli che definisce segnali chiari della volontà di Putin di non favorire la pace -2. Il primo sarebbe la scelta stessa del capo negoziatore, Vladimir Medinsky, figura notoriamente vicina alle posizioni più intransigenti e già protagonista di incontri in cui si è spesso perso in dissertazioni sulle "radici storiche" della contesa, una tattica, questa, finalizzata a bloccare le discussioni su un serio accordo e che ha spinto un frustrato Zelensky a dichiarare pubblicamente di non aver bisogno di "sciocchezze storiche" per porre fine alla guerra -2. Il secondo segnale, sempre secondo l’Isw, risiederebbe nelle dichiarazioni esplicite della diplomazia russa, che attraverso l’ambasciata in Belgio e la portavoce Maria Zakharova, continua a rilanciare richieste massimaliste, come l’impegno della Nato a una non espansione sancita per legge o il richiamo a presunte intese informali raggiunte in passato, puntualmente smentite dagli stessi americani -2.

La macchina bellica russa e la necessità di nuove reclute

Il terzo e più concreto indizio, infine, è rappresentato dalla macchina bellica che continua a macinare territorio e vite umane. Nonostante le perdite elevatissime, stimate dallo stesso Zelensky in 30-35mila uomini al mese tra morti e feriti gravi, il Cremlino non mostra alcuna intenzione di arretrare e sta anzi preparando il terreno per nuove chiamate di riservisti -2-10. Lo stato maggiore russo deve fare i conti con un sistema di reclutamento volontario ormai prossimo all’esaurimento, e l’unica via per mantenere l’intensità dell’offensiva e compensare le perdite sembra essere quella di ricorrere a richiami forzosi, seppur limitati, per evitare di scatenare il malcontento popolare che una mobilitazione generale comporterebbe. Una strategia, questa, che stride con le presunte aperture negoziali e che dipinge l’immagine di un presidente russo determinato a proseguire la guerra di logoramento, confidando nella capacità di resistere più a lungo dell’Ucraina e del suo sostegno occidentale, piuttosto che in un reale progresso diplomatico. Lo stallo a Ginevra, insomma, non sarebbe che il riflesso di questa volontà politica: andare avanti, costi quel che costi.

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