Parigi-Roubaix, Baldato: «Faremo una gara durissima ma Ganna mi fa paura»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Esce quasi di nascosto – anzi, di nascosto – Tadej Pogacar dribblando così i pochi tifosi (soprattutto bambini) che lo aspettavano fuori dall’hotel che ospita il team Uae Emirates. Inizia così la vigilia della Roubaix per il campione del mondo, uscito con i suoi compagni di squadra per una breve sgambata sotto un cielo grigio, denso di pioggia. E nell’attesa che arrivi il pomeriggio con la tradizionale presentazione delle squadre, ecco le parole di Fabio Baldato, “braccato” pochi minuti fa: l’ex corridore, ora ds, non nasconde le sue sensazioni di fronte a una delle sfide più attese degli ultimi anni. Da una parte c’è lui, lo sloveno che ha già vinto Milano-Sanremo e Giro delle Fiandre in questa primavera -9; dall’altra, un italiano che sulla carta potrebbe avere le carte in regola per scrivere un pezzo di storia. «Faremo una gara durissima – spiega Baldato – ma Ganna mi fa paura». Il riferimento è a Filippo Ganna, il quale si presenta all’appuntamento con la consapevolezza di chi ha finalmente rotto un tabù, quello della vittoria in linea, e ora sogna il colpo più grosso.
La paura di nome Ganna e il valore di una condizione ritrovata
Quando Baldato parla di “paura”, non lo fa certo per sminuire le qualità del proprio capitano. È piuttosto il riconoscimento, da parte di un osservatore privilegiato, che il piemontese della Ineos Grenadiers ha trasformato i suoi tradizionali limiti in altrettanti punti di forza. Alla soglia dei trent’anni, che compirà il 25 luglio, Ganna vive un momento di grazia atletica che lo ha portato a definire la Roubaix «una tortura», una corsa che si può amare solo se la si vince. E proprio questa schiettezza, unita a una preparazione maniacale – con la scelta drastica di saltare il Fiandre per preservare le energie –, lo rende un avversario temibile. Il lungo digiuno italiano dai monumenti, che dura dalla magica domenica di Sonny Colbrelli, potrebbe interrompersi proprio sulle pietre dell’Inferno del Nord, dove la potenza bruta di Ganna, capace di viaggiare a sessanta all’ora negli ultimi chilometri, trova il suo habitat naturale.
Pogacar, l’ultimo monumento e la lezione dell’anno scorso
Per Tadej Pogacar, invece, questa edizione numero 123 rappresenta molto più di una semplice classica. È l’occasione per mettere le mani sull’unico trofeo che ancora manca nella sua bacheca personale. Il corridore sloveno, che ormai da più di un anno vive il suo regno da assoluto protagonista, ha già dichiarato che la Roubaix è «uno degli obiettivi principali dell’anno». La motivazione, come confessa lui stesso, è altissima, ma la pressione è pari a zero: un lusso che solo i fuoriclasse possono permettersi. L’anno scorso, alla sua prima esperienza seria sui pavés, pagò a caro prezzo un errore banale, una caduta a 38 chilometri dal traguardo che consegnò la vittoria a Van der Poel. Quest’anno, però, il copione potrebbe essere diverso: il peso ridotto (66 kg) non gli ha impedito di dominare sulle pietre, e la lezione è stata imparata. Tuttavia, il problema tattico rimane: se Van der Poel o Ganna riescono a portarlo allo sprint sul velodromo, la sua percentuale di successo cala drasticamente.
La chiave della potenza e il dilemma tattico di Ganna
E qui si inserisce il dilemma di Filippo Ganna, che nelle interviste della vigilia ha usato parole pesanti ma sincere. «Ho la gamba dei giorni migliori», ha confessato, lanciando un messaggio chiaro ai rivali. La sua Roubaix ideale prevede di arrivare negli ultimi tre o quattro chilometri in scia ai grandi favoriti per poi scatenare la sua progressione inarrestabile. Ma la domanda che lui stesso si pone è un’altra: «Se partono a 100 km dall’arrivo, che faccio? Mi muovo a Compiègne?». Una battuta che fotografa la complessità della corsa moderna, dove i big non aspettano più i settori finali per accendere la miccia. Ganna sa di dover essere pronto a rispondere a ogni scatto, anche quelli più lontani, e la sua maggiore pecca rispetto a Van der Poel (o allo stesso Pogacar) rimane una minore agilità nei cambi di direzione tra fango e buche. Ma se riesce a guadagnare anche solo trenta metri di vantaggio, per i rivali diventa un’impresa quasi impossibile riprenderlo.
L’inferno dei pavés e l’assenza di pronostici certi
Una volta, prima che cominciasse il Regno di Tadej Pogacar, la Parigi-Roubaix era considerata la corsa speciale per eccellenza, quella dove poteva succedere di tutto. Cadute, vento, fango e forature la rendevano assolutamente imprevedibile, più ancora indecifrabile della Milano-Sanremo. Oggi, nonostante la presenza di fuoriclasse come Van der Poel (a caccia del quarto sigillo consecutivo) e lo stesso Pogacar, il fascino dell’imprevisto resta intatto. Il percorso, lungo 258 chilometri di cui 55 e rotti in pavé, costringe i corridori a sopravvivere a tratti iconici come la Foresta di Arenberg o il Carrefour de l’Arbre. La pioggia caduta nella notte ha reso i ciottoli viscidi e insidiosi, un fattore che premia i pesi massimi capaci di tenere la bici dritta. Per Ganna, che ha definito se stesso ironicamente «una capra» sul pavé, è il banco di prova della maturità. Se riuscirà a domare la paura e la tecnica, potrà davvero alzare al cielo quel masso simbolico che i vincitori portano a casa, regalando all’Italia un’impresa che manca da troppo tempo.
Meta Description: Pogacar cerca l’ultimo monumento ma Baldato teme Ganna. Potenza e tattica: la vigilia dell’Inferno del Nord 2026 tra campioni e insidie.




