Giorgia Meloni e il tour lampo nel Golfo: 26 miliardi di interscambio e la partita energetica tra Iran e interessi nazionali
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Redazione Interno
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«In questi giorni ho voluto essere in Arabia Saudita, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. Credo che per l’Italia sia importante, in una fase così difficile, essere presente nei luoghi dove si decide una parte fondamentale della nostra sicurezza e anche del nostro futuro economico». Con queste parole, pronunciate in un videomessaggio diffuso durante il trasferimento tra una tappa e l’altra, la presidente del Consiglio ha chiuso una missione lampo durata poco più di ventiquattro ore, un viaggio che l’ha portata a Gedda, Doha e Abu Dhabi per incontrare rispettivamente il principe ereditario Mohammed bin Salman, l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani e lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan. Un’operazione, quella a sorpresa, che segna un precedente non trascurabile: Meloni è infatti la prima leader dell’Unione Europea a recarsi nell’area dall’inizio del conflitto che vede contrapposti Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra, un dettaglio che aggiunge peso specifico a una visita definita dai suoi collaboratori tutt’altro che simbolica.
L’interesse nazionale e i numeri dell’interscambio che legano Roma al Golfo
A spingere la presidente del Consiglio verso quei lidi non è stata soltanto la diplomazia formale, quanto piuttosto la necessità di blindare le forniture energetiche – e con esse la tenuta dell’economia italiana – in un momento in cui lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito del petrolio mondiale, rischia di trasformarsi in un fronte caldo che blocca i rifornimenti. I numeri, in questo senso, parlano con chiarezza: solo il Qatar copre da solo circa il 10% del fabbisogno nazionale di gas, mentre l’intera regione del Golfo garantisce all’Italia all’incirca il 15% del petrolio che serve quotidianamente. Ma c’è di più: a questi flussi energetici si aggiunge un volume d’affari complessivo che, nel solo 2025, ha raggiunto i 26 miliardi di euro di interscambio commerciale, una cifra che spiega senza troppi giri di parole perché Palazzo Chigi abbia scelto di presidiare quell’area con una tale urgenza. «Se qui la produzione o il transito si contrae o addirittura si ferma – ha ammonito la premier nel suo intervento – il prezzo aumenta per tutti e, se peggiora, si può arrivare a non avere tutta l’energia che è necessaria, anche in Italia».
Una missione tra solidarietà militare e la difesa della libertà di navigazione
L’obiettivo dichiarato del tour, al di là della retorica istituzionale, si articola su più livelli: da un lato c’è il desiderio di offrire un sostegno concreto – anche sul piano della difesa militare – ai partner del Golfo, che continuano a subire attacchi da parte iraniana; dall’altro, la volontà di rimettere al centro del dialogo la libertà di navigazione commerciale, condizione sine qua non per evitare che i prezzi delle materie prime schizzino verso l’alto e finiscano per gravare sulle bollette e sul potere d’acquisto delle famiglie italiane. Non a caso, la presidente ha voluto ribadire che la sua non era una semplice «visita di testimonianza», bensì un tentativo – per usare le sue stesse parole – di «dare una mano ad affrontare i problemi». Una precisazione, quest’ultima, che suona come una risposta indiretta a chi, tra le opposizioni, aveva bollato il blitz come una mossa elettoralistica o, peggio, come una fuga in avanti priva di un reale ritorno per il Paese. «L’opposizione – ha replicato Meloni in un’intervista al Tg1 – si trova nella fortunata posizione di chi può criticare comodamente seduto sul divano, perché sono altri che devono risolvere i problemi».
Il rientro a Roma e il passaggio in Parlamento tra crisi di governo e questione energetica
Il viaggio, che ha toccato tre capitali in poco più di ventiquattr’ore, lascia però sul tavolo alcune tensioni politiche interne che non riguardano soltanto la politica estera. Il rientro della premier, previsto per i prossimi giorni, si inserisce in un clima di Palazzo già reso incandescente dal flop referendario che ha bocciato la riforma della giustizia e dalle recenti dimissioni – quelle della ministra del Turismo Daniela Santanchè, del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e della capo di gabinetto dello stesso ministero, Paola Bartolozzi –, una scia di polvere da sparo che rischia di offuscare il racconto della missione trionfale. Giovedì prossimo, Giorgia Meloni sarà in Parlamento per un’informativa nella quale dovrà rendere conto non solo delle mosse compiute nel Golfo, ma anche delle ricadute immediate che la crisi di Hormuz potrebbe avere sui conti pubblici e sul portafoglio degli italiani. Un’informativa, quella attesa, che arriva mentre il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, preme per una deroga al Patto di stabilità europeo, consapevole che la guerra e le sue conseguenze energetiche rischiano di far lievitare ulteriormente un deficit già attestato al 3,1% del Pil. La partita, insomma, è aperta: da una parte l’urgenza di tenere accese le luci e le fabbriche, dall’altra la necessità di dimostrare che quel viaggio, costato tempo e risorse diplomatiche, non è stato un semplice giro di ricognizione, ma un investimento sulla sicurezza nazionale.




