Alpinisti italiani dispersi in Nepal, gli sherpa interrompono le ricerche: dati per morti
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Redazione Interno
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La speranza di ritrovare in vita Marco Di Marcello e Markus Kirchler, i due alpinisti italiani dispersi sul Dolma Khang, si è ormai dissolta tra i ghiacci dell'Himalaya. La squadra di sherpa, che per giorni aveva setacciato instancabilmente la zona, ha infatti deciso di sospendere definitivamente le operazioni, considerando le probabilità di sopravvivenza dei due come nulle. Le condizioni proibitive, con la neve che si faceva sempre più compatta e il pericolo costante di nuove valanghe, hanno reso inaccettabile il rischio per la popolazione locale, costringendo alla resa anche i più esperti.
La comunicazione ufficiale
A confermare la tragica notizia è stato l’alpinista Davide Peluzzi, il quale ha comunicato che gli sherpa della valle dei Rolwaling, guidati da Tenjing Phurba, hanno interrotto ogni tentativo di recupero. La dinamica dell’incidente, che li ha visti presumibilmente inghiottiti da una valanga, faceva già temere il peggio, un epilogo che le successive valutazioni tecniche non hanno fatto che avallare. La decisione, sebbene dolorosa, è stata dunque dettata da un crudo realismo e dall’imperativo di non aggiungere altre vittime a un bilancio già grave.
Un bilancio complesso per gli italiani in Nepal
Quella che si delinea è una situazione complessa per la presenza italiana in Nepal, segnata da eventi tragici e da un allarme che, in alcuni casi, si è rivelato infondato. Oltre ai tre alpinisti – Alessandro Caputo, Stefano Farronato e Paolo Cocco – deceduti in una valanga, e ai due ufficialmente dispersi, Di Marcello e Kirchler, si è avuta anche la vicenda dei cinque escursionisti del Comasco. Questi ultimi, dati erroneamente per dispersi mentre si trovavano in un'area priva di copertura telefonica, stanno ora facendo ritorno in Italia, illesi ma segnati dall’esperienza.
Un successo nell'ombra della tragedia
In un contesto così drammatico, giunge invece la notizia del successo di Filippo Maria Ruffoni, il quale ha portato a termine l’ascesa dell’Ama Dablam. «È stata una grande emozione aver raggiunto la vetta a quota 6.812 metri» ha dichiarato il 39enne alpinista montodinese, descrivendo un itinerario che si è svolto secondo la via normale, affrontando le difficoltà tecniche legate all’esposizione e al terreno misto di roccia, ghiaccio e neve. Una conquista che, seppur significativa, rimane inesorabilmente in ombra rispetto alla tragedia che ha colpito i connazionali.




