Alpinisti italiani dispersi in Nepal, la resa degli sherpa: "Da considerarsi morti"
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Redazione Interno
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La speranza, che per giorni aveva tenuto accesa una flebile fiamma, si è ormai spenta tra le vette implacabili del Dolma Khang, in Nepal, dove due alpinisti italiani, Marco Di Marcello e Markus Kirchler, sono dati per morti. A dichiarare la fine delle operazioni di ricerca è stato il capo della squadra di sherpa che, con tenacia e consapevolezza dei pericoli, aveva setacciato la zona, un'area funestata da un incidente la cui dinamica aveva fin da subito fatto temere il peggio. L'incessante compattarsi del manto nevoso, unito alla minaccia costante e tangibile di nuove valanghe, ha infine costretto la popolazione locale a una dolorosa ma inevitabile decisione, sancendo di fatto la resa di fronte all'ostilità della montagna.
La comunicazione ufficiale
A rendere nota la triste conclusione delle ricerche è stato l'alpinista Davide Peluzzi, il quale ha comunicato che gli sherpa della valle dei Rolwaling hanno interrotto ogni tentativo di ritrovare i due connazionali. La loro scomparsa si inserisce in un contesto himalayano particolarmente avverso, segnato dal passaggio di un ciclone che, portando con sé tempeste di neve di rara intensità, è stato all'origine di diverse tragedie. Come ha avuto modo di sottolineare l'alpinista lucchese Andrea Lanfri, anch'egli presente in Nepal con la compagna durante l'evento meteorologico, "chiunque si sia trovato in difficoltà qui in Nepal, non è stato certo per imprudenza", una riflessione che delinea la sproporzione di forze tra la preparazione umana e la potenza incontrollabile degli elementi.
Il contesto delle valanghe
Proprio la tempesta di neve, infatti, è stata la causa scatenante delle due valanghe che hanno travolto il versante della montagna, seppellendo sotto una coltre bianca Di Marcello e Kirchler, mentre le squadre di soccorso locali continuano, nonostante tutto, le loro operazioni in altre zone. La coppia di alpinisti si trovava nella riserva dell'Annapurna per una traversata programmata da mesi, quando è scattata l'allerta meteo, un evento improvviso che ha stravolto i piani e determinato il loro destino. Altri cinque escursionisti, che nelle prime ore erano stati classificati come dispersi, hanno per fortuna fatto ritorno in Italia, un epilogo positivo che stona con il silenzio che avvolge i due compagni di cordata.
Un successo nella tragedia
In questo scenario di lutto, giunge tuttavia una notizia che parla di tenacia e realizzazione, sebbene non possa che essere ammantata da un velo di mestizia. L'alpinista cremonese Filippo Ruffoni, infatti, ha portato a compimento con successo la scalata dell'Ama Dablam, raggiungendo i 6.812 metri di quota e stabilendo il suo record personale di altitudine. "È stata una grande emozione aver raggiunto la vetta", ha dichiarato lo scalatore montodinese dopo essere sceso al campo base, descrivendo un itinerario che si è svolto secondo la via normale, partendo dai 4.600 metri e affrontando le difficoltà tecniche legate all'esposizione, al terreno misto e alle forti escursioni termiche. La sua impresa, compiuta non lontano dal teatro della tragedia, dimostra come la montagna offra, a pochi chilometri di distanza, volti diametralmente opposti.




