Trump in Arabia Saudita: affari, armi e una tregua che non c'è
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Redazione Esteri
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Donald Trump ha scelto Riad come prima tappa del suo secondo mandato, confermando una linea politica che mescola dollari e diplomazia. Tra maxi-accordi commerciali e revoche di sanzioni, il viaggio del presidente americano ha riacceso i riflettori sui legami controversi con la monarchia saudita, senza però tradursi in progressi tangibili per la crisi mediorientale.
Durante la conferenza a cui hanno partecipato alcuni dei più influenti magnati mondiali – da Elon Musk a Larry Fink, fino a John Elkann – Trump ha annunciato un contratto da 142 miliardi per la difesa saudita, inserito in un pacchetto complessivo di 600 miliardi. Parallelamente, l’amministrazione americana ha comunicato la rimozione totale delle sanzioni alla Siria, una mossa che, sebbene non inaspettata, solleva interrogativi sulle reali motivazioni strategiche.
«Se non mi piacesse, me ne sarei già andato», ha detto Trump rivolto al principe ereditario Mohammed bin Salman, definendolo «il rappresentante più forte» del regno. La battuta, accolta con applausi, ha però riaperto il dibattito sul rapporto tra i due, soprattutto alla luce delle accuse rivolte a MBS per l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi. Le conclusioni della CIA, che indicavano il principe come mandante, non hanno mai incrinato pubblicamente l’alleanza tra Washington e Riad, almeno non abbastanza da compromettere gli interessi economici.
Un altro momento che ha alimentato polemiche è stato il rifiuto di Trump di bere il caffè offertogli durante l’incontro. Il gesto, apparentemente banale, è stato interpretato sui social sauditi come una mancanza di rispetto, anche se è probabile che si trattasse più di una precauzione che di uno sgarbo calcolato. Del resto, il presidente americano non ha mai nascosto la sua diffidenza verso protocolli e consuetudini che esulano dal suo controllo.
Sul fronte mediorientale, Trump ha parlato di una «tregua a Gaza» che però non risulta essere stata negoziata, né tantomeno rispettata. Il cosiddetto «patto di Abramo», già centrale nella sua precedente amministrazione, viene riproposto come soluzione per la stabilizzazione della regione, ma senza che vi siano elementi concreti a sostegno di questa prospettiva.




