L’attacco alla base saudita e la minaccia di Trump: “Ora lo stretto si chiama Trump”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le parole, si sa, raramente restano prive di conseguenze quando a pronunciarle è il presidente degli Stati Uniti, e ancor meno quando si sovrappongono al fragore delle esplosioni. A Miami, durante un evento economico, Donald Trump ha fatto scivolare nella sua arringa una battuta che in molti hanno interpretato come l’ennesima torsione della realtà a proprio vantaggio: annunciando che le trattative con Teheran sarebbero in corso, ha ribattezzato lo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, come “Stretto di Trump”. Nessun incidente verbale, ha precisato lui stesso, quasi a voler rivendicare la paternità di un gesto di forza tanto simbolico quanto concreto.

Quella correzione lessicale, per quanto surreale, arriva in un momento in cui il conflitto, iniziato il 28 febbraio con l’operazione congiunta tra Stati Uniti e Israele, sembra aver superato il confine della guerra aerea per avvicinarsi pericolosamente a una dimensione più ampia. Lo scenario è quello di una rappresaglia che non accenna a placarsi: venerdì, un attacco iraniano contro la base aerea di Principe Sultan, in Arabia Saudita, ha ferito almeno dodici soldati americani, due dei quali in condizioni definite gravi dalle fonti sanitarie. Secondo le ricostruzioni, almeno un missile e diversi droni hanno preso di mira un edificio della struttura, danneggiando inoltre alcuni dei cruciali aerei cisterna KC-135, un danno non solo fisico ma operativo per le capacità di proiezione di forza americana nella regione.

Non è la prima volta che le basi del Golfo vengono prese di mira, ma l’attacco di venerdì rappresenta una delle più serie violazioni delle difese aeree schierate a protezione degli alleati. I media statunitensi, citando fonti del Pentagono, hanno aggiornato il conteggio delle perdite dall’inizio delle ostilità, parlando di almeno tredici militari americani morti e oltre trecento feriti, molti dei quali con lesioni cerebrali traumatiche causate dalle esplosioni. E mentre i soldati americani subiscono le conseguenze di questa escalation, il Pentagono starebbe valutando l’invio di altri diecimila soldati di terra in Medio Oriente, un dispiegamento che si aggiungerebbe ai circa cinquantamila già presenti e ai quattromila marines recentemente ordinati nella regione.

A complicare ulteriormente il quadro, e a rendere evidenti le frizioni all’interno dell’alleanza occidentale, è stata la reazione di Trump alle richieste di aiuto degli alleati. Durante il suo intervento in Florida, il presidente non ha nascosto la propria amarezza nei confronti dei partner della Nato, accusati di non contribuire alla messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz, che la Repubblica Islamica ha di fatto bloccato, paralizzando il traffico navale. “Perché dovremmo essere lì per loro se loro non sono lì per noi?”, ha chiesto retoricamente Trump, suggerendo che gli Stati Uniti potrebbero riconsiderare i propri impegni di sicurezza se i paesi europei non offrissero un supporto concreto. Una dichiarazione che ha gettato ombre sulla tenuta del patto atlantico proprio mentre la crisi nel Golfo rischia di allargarsi, coinvolgendo anche altri attori regionali come gli Houthi yemeniti, che hanno recentemente minacciato di entrare direttamente nel conflitto.

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