Cittadinanza italiana, la riforma che condiziona anche la Nazionale di Spalletti
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Redazione Interno
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Il nuovo decreto-legge sulla cittadinanza, entrato in vigore il 29 marzo, non riguarda soltanto chi aspira a ottenere il passaporto italiano, ma avrà ripercussioni anche sul mondo dello sport, in particolare sulla Nazionale di calcio. Luciano Spalletti, commissario tecnico degli Azzurri, dovrà infatti fare i conti con norme più stringenti per convocare gli oriundi, quei giocatori nati all’estero ma con ascendenti italiani. La riforma, che modifica il meccanismo dello ius sanguinis, introduce criteri più rigidi per la trasmissione automatica della cittadinanza, rendendo più complesso per molti atleti vestire la maglia azzurra.
Fino a oggi, in base alla legge del 1992, bastava avere un genitore o un ascendente italiano – anche senza che questi avesse mai risieduto in Italia – per ereditare il diritto alla cittadinanza. Ora, invece, il decreto stabilisce che potranno ottenerla solo i figli di genitori nati nel territorio nazionale o che abbiano vissuto in Italia per almeno due anni consecutivi prima della nascita del richiedente. Una disposizione che, se da un lato mira a ridurre le richieste speculative – come quelle legate a vantaggi burocratici o sportivi – dall’altro rischia di escludere anche chi, pur avendo legami familiari con l’Italia, non rientra più nei nuovi parametri.
La questione, già dibattuta, ha trovato opposizione in alcune associazioni. Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli, ha criticato la scelta di agire per decreto invece che attraverso un confronto parlamentare, sottolineando come la cittadinanza sia "una questione complessa che non può essere ridotta a mere logiche generazionali". Intanto, il tribunale di Venezia ha attivato una task force per gestire l’enorme arretrato di pratiche, aggravato dalle nuove disposizioni.




