La rabbia della famiglia di Maria Spinelli: «La Svizzera non ha protetto i ragazzi»
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Redazione Esteri
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«Maria era andata in Svizzera per costruirsi una vita. Per lei rappresentava un sogno, la possibilità di avere un futuro migliore. Aveva trovato un lavoro, una sua casa e un ragazzo. Ma oggi quel sogno ci sembra solo un'illusione». La voce di Ida Spinelli, cugina della giovane vittima, si spezza tra il dolore e la rabbia mentre cerca di dare un senso a una tragedia che ha strappato via Maria, 22 anni, durante il rave di Aarau, in Svizzera.
A nome di un'intera famiglia, Ida lancia un'accusa che riecheggia con forza: le autorità elvetiche non hanno fatto abbastanza per garantire la sicurezza dei giovani presenti a quella festa. Un campanello d'allarme, quello della protezione dei ragazzi, che riecheggia ancor più drammaticamente alla luce di un episodio che ha scosso l'opinione pubblica e gettato la Confederazione Elvetica in una crisi d'immagine difficile da gestire.
«Un sogno diventato illusione»: il racconto della famiglia
Maria si era trasferita in Svizzera con la determinazione di chi cerca un futuro migliore. Aveva trovato un'occupazione, una casa e l'amore, elementi che componevano il quadro di una vita che sembrava finalmente aver preso la piega giusta. «Non veniamo da una famiglia benestante, io lavoro in una friggitoria – racconta Ida – e lei era partita perché voleva essere indipendente. Studiava tanto, lavorava, aveva tantissimi progetti. La Svizzera per lei significava benessere, la possibilità di sistemarsi. Ma poi ti accorgi che può essere tutto effimero».
Una nuova vita, interrotta brutalmente mentre si trovava all'area dell'ippodromo di Aarau, dove quella notte erano accorse circa 3.500 persone. Il ragazzo di Maria, presente al momento degli spari, le è rimasto accanto fino all'ultimo istante, un gesto che la famiglia non dimenticherà.
Le parole della madre e la richiesta di un volo di Stato
Gulmira, la madre di Maria, ha affidato a una lettera il proprio dolore e i propri rimorsi. «Sei stata una figlia immensamente voluta, tanto, tantissimo desiderata», scrive, rievocando il primo abbraccio e gli occhi «grandi come due lampade» che avevano illuminato la sua vita. Un dolore che si mescola al senso di colpa per non aver saputo gioire pienamente della felicità della figlia.
«Ricordo quando mi dicevi che ero chiusa, che non riuscivo a gioire pienamente per te e con te», confessa la madre, mentre racconta di un campanello d'allarme che continuava a suonare in lei, come un presentimento di un male che sarebbe arrivato. I genitori di Maria, originaria di Città Sant'Angelo, si sono già recati in Svizzera per il riconoscimento della salma. Ora, la famiglia ha lanciato un appello formale al governo italiano, attraverso l'avvocato Bruno Gallo, affinché venga messo a disposizione un volo di Stato per il rientro del corpo in Italia.
«Maria ha perso la vita in circostanze tragiche, lontano da casa – si legge nella nota del legale –. Oggi la sua famiglia chiede soltanto che possa tornare al più presto nella sua terra, tra i suoi cari. Non chiediamo un privilegio. Chiediamo che, davanti alla morte violenta di una ragazza di 22 anni, lo Stato italiano faccia sentire la propria presenza».
L'assassino, un 43enne ex militare, e il giallo dei due sparatori
L'uomo che ha ucciso Maria si è costituito poche ore dopo la sparatoria, presentandosi alle autorità e assumendosi la responsabilità di quanto accaduto. Si tratta di un cittadino svizzero di 43 anni, che secondo le prime indiscrezioni avrebbe fatto parte dell'esercito elvetico e avrebbe dunque una familiarità con le armi da fuoco, allenandosi anche al poligono di tiro.
Un elemento che solleva inevitabili interrogativi sul sistema di custodia delle armi in Svizzera, dove ai cittadini soggetti agli obblighi militari è consentito, in determinate condizioni, conservare a casa l'arma d'ordinanza. La polizia cantonale, al momento, ritiene che il 43enne abbia agito da solo, ma il quadro investigativo è reso più complesso dalle testimonianze di alcuni residenti, i quali sostengono di aver visto due persone armate fuggire nella notte.
Un testimone ha raccontato di essersi trovato davanti un uomo armato che avrebbe fatto fuoco dopo essere stato illuminato dai fari della sua auto, lasciando segni di proiettili sulla carrozzeria. Un altro dettaglio che alimenta i dubbi è rappresentato dal ritrovamento, sul luogo del delitto, di bossoli di due calibri diversi: 9 mm, tipici delle pistole, e 5,54 mm, compatibili con un fucile d'assalto.
La dinamica e i feriti: una notte di terrore all'ippodromo
La sparatoria è avvenuta intorno alle 2.30 della notte tra sabato e domenica, quando la maggior parte dei partecipanti al rave stava già lasciando l'area. Molti hanno inizialmente scambiato gli spari per fuochi d'artificio, prima che il panico si diffondesse tra la folla. L'assassino, che secondo le prime ricostruzioni avrebbe raggiunto l'ippodromo da una zona di campi e boschi, ha aperto il fuoco uccidendo Maria e ferendo altre cinque persone di età compresa tra i 24 e i 27 anni: quattro uomini e una donna.
Tra questi, due cittadini italiani che hanno riportato ferite di lieve entità e sono stati già dimessi dagli ospedali. La polizia ha sottoposto a interrogatorio le oltre cento persone ancora presenti sul posto dopo la sparatoria, mentre gli investigatori cercano di ricostruire con esattezza la dinamica e il movente, che per ora resta avvolto nel mistero.
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