Per gli anziani poveri il tasso di mortalità raddoppia: l’indigenza accorcia la vita di 9 anni
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Redazione Salute
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La longevità, spesso dipinta come una conquista dei tempi moderni, rivela un profilo disuguale quando la si osserva attraverso il prisma del reddito. A certificarlo, con cifre che lasciano poco spazio all’interpretazione, è un’analisi condotta dal National Council on Aging e dal LeadingAge LTSS Center dell’Università del Massachusetts a Boston, i cui risultati sono stati discussi in occasione del congresso nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria, “Liberi e Longevi”, tenutosi a Napoli. Il dato, crudo e inequivocabile, è che per gli ultrasessantenni appartenenti alle fasce di reddito più basse il tasso di mortalità risulta quasi doppio rispetto a quello registrato tra i loro coetanei più agiati.
Il peso economico sull’aspettativa di vita
Lo studio, denominato ‘The 80% Report’ e basato sui dati longitudinali dello Health and Retirement Study, aggiornati al periodo 2018-2022, misura con precisione chirurgica il divario esistente. Coloro che vivono con un reddito annuo inferiore ai 20.000 dollari, infatti, vedono la propria aspettativa di vita ridursi di circa nove anni rispetto a quanti possono contare su entrate sei volte superiori. Una differenza abissale, che non si misura in semplici condizioni materiali ma si traduce in un vero e proprio scarto biologico, il quale si consuma progressivamente, anno dopo anno, sotto il peso cumulativo della privazione.
Le disuguaglianze come condanna biologica
Quello che emerge dalla ricerca non è una semplice correlazione statistica, bensì un nesso causale profondo, dove la povertà agisce come un acceleratore del declino. L’impossibilità di accedere a cure di qualità, a un’alimentazione adeguata e a un ambiente salubre, senza considerare lo stress psicosociale cronico legato all’indigenza, mina l’organismo in maniera sistemica. Si tratta di fattori che, sommandosi, erodono le difese e accorciano l’orizzonte vitale, trasformando la condizione economica in un determinante di salute primario, forse addirittura più potente di molti altri noti alla medicina.
Una tendenza che si conferma nel tempo
La drammatica fotografia scattata dall’analisi statunitense non costituisce un’eccezione isolata, bensì conferma una tendenza già osservata in altri contesti avanzati. Già un precedente studio inglese, di alcuni anni fa, era approdato a conclusioni molto simili, indicando come il fenomeno sia strutturale e trasversale a diverse società. Questo reiterato riscontro scientifico impone una riflessione che vada al di là della sfera sanitaria, chiamando in causa modelli sociali ed economici che, nell’arco di un’intera esistenza, producono esiti così diametralmente opposti sulla sua durata.
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