Ebola, l'Italia alla Ue: «Più vigilanza alle frontiere»
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Redazione Salute
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L’epidemia di virus Bundibugyo, una variante rara della febbre emorragica che sta causando decine di morti tra la Repubblica Democratica del Congo e l’Uganda, non rappresenta al momento un’emergenza diretta per il territorio italiano.
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È quanto ribadito dall’azienda Usl della Valle d’Aosta, che in una nota ufficiale ha tuttavia specificato come l’evoluzione della situazione epidemiologica in Africa centrale – caratterizzata da oltre 500 contagi sospetti e più di 130 decessi accertati – sia monitorata costantemente in collaborazione con il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità. governo +3
La malattia, lo ricordiamo, si trasmette esclusivamente attraverso il contatto diretto con sangue, secrezioni o altri fluidi corporei di soggetti infetti, un elemento che di per sé riduce drasticamente i rischi di una diffusione incontrollata in Europa simile a quella vista per altre patologie respiratorie. governo +3
Il governo rompe gli indugi: frontiere sotto osservazione
Nonostante le rassicurazioni degli enti sanitari, a Palazzo Chigi si è scelto di non lasciare nulla al caso.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha inviato una lettera ai vertici dell’Unione Europea – il presidente di turno Nikos Christodoulides, il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen – per sollecitare un coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere. ilgiornaleditalia +3
L’obiettivo, si legge in una nota ufficiale, è quello di definire regole comuni per la gestione degli arrivi, diretti o indiretti, provenienti dalle zone colpite, evitando così quelle risposte frammentate tra Stati membri che spesso hanno rallentato le procedure in occasione di precedenti crisi sanitarie.
L’Italia, insomma, chiede che il tema venga inserito all’ordine del giorno del Consiglio europeo in programma per il 18 e 19 giugno, anticipato da una videoconferenza dei ministri della Salute già nella prossima settimana. ilgiornaleditalia +3
L’assenza di un vaccino e la “sfiga” di Meloni
A rendere la situazione più complessa – e a giustificare, se non altro in parte, l’apprensione del governo – è la natura stessa del patogeno in circolazione.
Il ceppo Bundibugyo, diversamente da altre varianti di Ebola come quella Zaire responsabile della grande epidemia del 2014-2016, non dispone ancora di un vaccino autorizzato né di terapie specifiche approvate. ilgiornaleditalia +3
Una carenza che lascia le autorità sanitarie spiazzate, costrette a fare affidamento quasi esclusivamente sulle misure di sanità pubblica tradizionali: sorveglianza epidemiologica, tracciamento dei contatti e isolamento dei casi.
La presidente Meloni, pur sdrammatizzando l’ansia nei suoi fedelissimi con un ironico “con la sfiga che ho, mi ci manca solo questa”, ha comunque impresso una forte accelerazione ai protocolli nazionali, emanando circolari per una sorveglianza mirata nei porti e negli aeroporti. ilgiornaleditalia +3
A livello pratico, chi rientra dalle aree a rischio sarà sottoposto a controlli più stringenti, con procedure di isolamento immediato in presenza di sintomi sospetti. huffingtonpost +3
La cooperazione internazionale e la missione dello Spallanzani
La strategia italiana, guardando i fatti concreti, non si limita però a chiudersi in una logica di pura difesa dei confini nazionali.
Già in questo fine settimana, grazie al lavoro coordinato della Farnesina, del ministero della Salute, della Protezione civile e dell’Aise, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani partirà alla volta di Kinshasa.
La missione, che prevede la consegna di materiale sanitario e medicinali, mira a fornire assistenza tecnica sul campo e a rafforzare la sorveglianza epidemiologica proprio lì dove l’epidemia è più violenta. huffingtonpost +3
È lo stesso approccio sostenuto dall’epidemiologo Alessandro Vespignani, secondo cui il miglior modo per difendersi dal virus – in un mondo dove i confini sono labili – è intervenire direttamente nell’area del focolaio, aiutando le popolazioni locali a spezzare la catena del contagio.
Nel frattempo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità lavora per accelerare la ricerca, anche se i tempi per un vaccino contro questo specifico ceppo restano lunghi, nell’ordine di diversi mesi. ilgiornaleditalia +3




