Crisi laburista, un ministro si dimette e si apre la lunga sfida a Starmer

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il governo di Keir Starmer, bisogna dirlo senza giri di parole, assomiglia sempre più a un paziente in stato di rianimazione: i segni vitali ci sono ancora, ma la tenuta è precaria, e la giornata di ieri, consumatasi tra le stanze di Westminster e i corridoi di Downing Street, ne ha fornito l’ennesima, drammatica riprova. Molti osservatori attendevano un passo indietro del ministro della Sanità, Wes Streeting, unito magari al lancio di una sfida formale per la guida del partito; a sparigliare le carte, però, ci ha pensato all’alba un’altra figura di peso, l’ex vicepremier Angela Rayner, che ha fatto sapere di aver risolto il suo contenzioso con il fisco. Questa mossa, in apparenza tecnica, ha rimosso l’ostacolo principale a una sua eventuale candidatura, perché Rayner – lo si sa – è la paladina riconosciuta della sinistra interna, quella che in un confronto diretto con Streeting, esponente della destra blairiana, godrebbe di un vantaggio difficile da colmare.

Il nodo della successione e il giochi di palazzo

Le attese dimissioni di Wes Streeting, arrivate ieri nel primo pomeriggio, hanno finito per confermare una debolezza paradossale: nessuno dei potenziali eredi di Starmer, compreso lo stesso Streeting, si è finora lanciato in una sfida pubblica, esplicita, per la leadership. Si guardano, si annusano, restano in attesa; e questo stallo, lungi dal garantire stabilità, alimenta l’impressione di un partito senza una guida capace di imporsi con autorevolezza. Non a caso, circola ormai un dato che suona come un campanello d’allarme dentro i palazzi del potere: stando a quanto emerso da consultazioni interne tra i banchi laburisti alla Camera dei Comuni, circa la metà dei 403 parlamentari della maggioranza avrebbe preso le distanze da Starmer dopo il tracollo elettorale delle amministrative. Sarebbero più di duecento, secondo questi sondaggi informali, i deputati che invocano un passo indietro, mentre un centinaio circa ha già chiesto apertamente le dimissioni.

Un partito spaccato, tra sinistra e blairiani

La spaccatura, in realtà, non è solo numerica: è qualitativa, e affonda le radici nella natura stessa del Labour, da sempre diviso tra l’anima più radicale e quella moderata. Rayner rappresenta la prima, e la sua improvvisa ascesa nei pronostici ha messo in difficoltà Streeting, che sulla carta poteva contare su un apparato più organizzato; ma neppure lui, una volta dimessosi, ha avuto la forza di trasformare quel gesto in un’offensiva immediata. L’ex ministro della Sanità, insomma, ha lasciato il governo ma non ha ancora alzato la voce per la successione, lasciando tutto in un limbo che giova solo a chi, come il leader di turno, cerca di guadagnare tempo. L’equilibrio resta instabile, e le divisioni continuano a serpeggiare: senza un leader di peso capace di ricompattare i ranghi, l’opposizione interna si fa ogni giorno più rumorosa.

La resa dei conti nei numeri di Westminster

Per capire la portata della crisi, basti pensare a un altro dato, emerso in queste ore e destinato a fare discutere: il sostegno dei deputati laburisti nei confronti di Starmer starebbe svanendo molto più rapidamente di quanto non trapeli ufficialmente. La disfatta nelle amministrative del 7 maggio – che ormai rappresenta lo spartiacque di questa fase politica – ha accelerato un processo di logoramento già in atto; e ora, con quasi duecentotrenta parlamentari pronti a chiedergli un passo indietro, il premier si trova a governare una maggioranza che di fatto gli sfugge di mano. La lunga sfida, quella vera, è appena cominciata: Starmer la affronterà giorno per giorno, senza che nessuno dei suoi rivali abbia ancora avuto il coraggio – o la lucidità – di assestare il colpo decisivo.

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