La guerra civile dei laburisti: un ministro si dimette e si apre la lunga sfida a Starmer

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il governo di Keir Starmer, lo si potrebbe definire senza tema di smentita, un esecutivo in stato di "rianimazione politica". L’ennesima giornata convulsa, consumatasi fra i corridoi di Westminster e gli uffici di Downing Street, ha consegnato al Regno Unito uno scenario che molti osservatori attendevano ormai da settimane: le dimissioni di un ministro e l’avvio formale di una sfida per la leadership del Partito laburista. A gettare benzina sul fuoco, però, non è stato il diretto interessato – il ministro della Sanità Wes Streeting – bensì un’altra figura di peso, la ex vicepremier Angela Rayner, capace di riaccendere i riflettori su di sé nella maniera più imprevista.

La mossa di Rayner che ha ribaltato i piani

Tutti davano per scontato, e non a torto, che fosse Streeting il primo a muovere pedine: la sua lettera di dimissioni, attesa da giorni, conteneva una frase divenuta celebre in poche ore («È ormai chiaro che non sarà lei a guidare il Partito Laburista alle prossime elezioni politiche»), un messaggio velenoso indirizzato direttamente a Starmer. Eppure, a sparigliare completamente le carte è arrivato, all’alba, l’annuncio che Rayner aveva risolto il suo annoso contenzioso con il fisco. Quella vicenda, finora, rappresentava il principale ostacolo alla sua candidatura; rimossa quella spina, la paladina della sinistra laburista si candida ora come la vera antagonista. In un eventuale confronto diretto con Streeting – esponente della destra blairiana – molti analisti intravedono per lei una strada in discesa, tale da sbaragliare la concorrenza interna.

Un partito in terapia intensiva dopo le amministrative

Il Labour, va ricordato, non si era mai ritrovato in uno stato di così profonda spaccatura dai tempi del nuovo millennio. La batosta alle amministrative del 7 maggio scorso ha agito come un defibrillatore impazzito: ha rianimato le fibrillazioni interne, ma senza restituire un battito regolare. Il sostegno dei deputati laburisti nei confronti di Starmer è in caduta libera, tanto che almeno la metà dei 403 parlamentari della maggioranza si è schierata contro di lui. Si parla, senza troppi giri di parole, di un partito in "terapia intensiva", dove la tradizione di eticità – un tempo vanto del movimento – sembra scimmiottare le peggiori derive dei Tories. La caccia a Starmer, insomma, è ufficialmente aperta.

L’ombra di Andy Burnham e il ritorno a Westminster

Se Rayner rappresenta la minaccia immediata e Streeting quella organizzata, c’è un terzo elemento che rischia di trasformarsi nel problema politico più grande per il premier. Si tratta di Andy Burnham, il sindaco di Greater Manchester, figura molto popolare sia dentro sia fuori il partito. Il suo eventuale ritorno in campo – con un seggio a Westminster – è un’eventualità che tiene sveglie le notti dei fedelissimi di Starmer. Burnham, a differenza degli altri contendenti, porta con sé un consenso trasversale, costruito in anni di amministrazione locale e di posizioni spesso distanti dalle rigidità della corrente starmeriana. Non ha ancora formalizzato alcuna discesa in lizza, ma la sua sola esistenza politica aggrava la percezione di un premier isolato.

La lunga agonia di una leadership già indebolita

Keir Starmer, da parte sua, non ha mostrato cedimenti pubblici. Anzi, viene descritto come «ostinato» persino dai suoi critici. Ma l’ostinazione, in politica, non sempre paga. Le dimissioni di Streeting hanno rotto un argine, e ora l’acqua della ribellione scorre rapida. Nessuno, al momento, può dire con certezza se Rayner raccoglierà le firme necessarie per innescare un voto di fiducia interno, né se Burnham deciderà di lasciare Manchester per Londra. Quel che è certo, ed emerge dai fatti, è che il governo britannico non è più tale: è un’arena, un campo di battaglia dove ogni dichiarazione pesa come un verdetto. E dove la sfida a Starmer, lungi dall’essere una schermaglia, assomiglia sempre più a una guerra civile annunciata.

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