Makerfield incorona il “Re del Nord”: Burnham vince le suppletive e apre la sfida a Starmer

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il collegio di Makerfield, una striscia di ex comunità minerarie e sobborghi dormitorio schiacciata fra Liverpool e Manchester, a pochi chilometri dal mare d’Irlanda, è diventato nelle ultime ore il crocevia del destino politico del Regno Unito. Le elezioni suppletive tenutesi ieri – innescate dalle dimissioni del laburista Josh Simon, che aveva rassegnato le proprie dimissioni subito dopo la disfatta del partito alle amministrative di maggio – hanno incoronato Andy Burnham, il sindaco di Manchester, con un risultato che non lascia spazio a interpretazioni ambigue. Burnham, 56 anni, ha ottenuto il 54,8% dei voti, superando di oltre novemila preferenze il candidato di Reform UK, Robert Kenyon, il partito anti-immigrazione di Nigel Farage, relegato al 34%.

Il ritorno a Westminster e la resa dei conti con il premier

La vittoria, che ha visto un'affluenza alle urne del 58,8% – la più alta per una suppletiva dal lontano 1982 –, restituisce a Burnham un seggio a Westminster che gli mancava dal 2017, quando aveva lasciato la Camera dei Comuni per dedicarsi alla guida della Grande Manchester. Ma il vero banco di prova, per il politico soprannominato “Re del Nord” per la sua capacità di vincere tre mandati consecutivi in una roccaforte laburista, è ora un altro: la sfida a Keir Starmer per la leadership del Labour e, di conseguenza, del governo britannico.

In un sistema parlamentare che consente al partito di maggioranza di cambiare premier in carica senza indire nuove elezioni generali, Burnham ha finalmente in mano il lasciapassare per formalizzare una candidatura che molti davano per scontata. Basterà che raccolga le firme di almeno 81 deputati laburisti – una soglia ampiamente alla sua portata, considerato che il partito conta oltre quattrocento scranni – per innescare il meccanismo della sfida.

La strategia della nazionalizzazione e la crisi di Thames Water

Il ritorno al Parlamento di Burnham, però, non è solo una questione di poltrone e leadership, ma anche di programmi politici ben precisi che il candidato ha già avuto modo di delineare nelle settimane precedenti al voto. La sua proposta più radicale, e che potrebbe costituire il punto di rottura con l’attuale esecutivo, riguarda la rinazionalizzazione delle utility, in particolare dell'acqua.

La crisi di Thames Water, il gigante del settore che serve un quarto della popolazione inglese e che si trova sull'orlo del collasso a causa di un debito di circa 20 miliardi di sterline accumulato dopo decenni di gestione privata, è il pretesto per rilanciare un'idea che la sinistra laburista non ha mai smesso di coltivare. Burnham, in un'intervista rilasciata al Guardian prima del voto, è stato categorico: “La proprietà pubblica è assolutamente un'opzione. Per Thames Water, dico che è ciò che andrebbe fatto”.

La sua posizione, che si allinea alle critiche degli attivisti ambientalisti come Feargal Sharkey, punta il dito contro i profitti e i dividendi distribuiti agli azionisti mentre le bollette aumentano e le infrastrutture invecchiano, con la speranza di trasferire il peso dei debiti e delle inefficienze sulla collettività, invertendo una tendenza che definisce “inaccettabile” e che ha caratterizzato la politica britannica degli ultimi quarant'anni.

Il peso del malcontento e la spinta al cambiamento

Se la figura di Burnham si fa sempre più ingombrante per Starmer, lo si deve anche al clima di profondo malcontento che serpeggia all'interno del partito e nell'opinione pubblica. La vittoria schiacciante del luglio 2024 sembra ormai un ricordo lontano, offuscato da una serie di passi falsi, inversioni di rotta e scelte impopolari che hanno eroso il consenso del premier e del suo governo.

La decisione di nominare Peter Mandelson, figura controversa legata a Jeffrey Epstein, come ambasciatore a Washington, è stata solo l'ultima di una lunga lista di scelte che hanno alienato a Starmer il sostegno di numerosi parlamentari. Il dato politico più significativo, forse, è che più di venti ministri si sono già dimessi dal suo gabinetto dal 2024, e le ultime elezioni amministrative di maggio hanno inflitto al partito una batosta senza precedenti, con la perdita di oltre 1.200 seggi nei consigli locali e il controllo del Senedd in Galles.

Di fronte a questo scenario, il discorso di vittoria di Burnham ha assunto i toni di un ultimatum al suo partito: “Questa è l'ultima possibilità per cambiare. Non ci sarà una seconda occasione. Dobbiamo ascoltare la gente e agire di conseguenza”.

La vittoria a Makerfield rappresenta quindi più di un semplice cambio della guardia in un collegio simbolo del Nord industriale; è il segnale che la fronda interna al Labour si sta organizzando attorno a un'alternativa concreta e popolare. Burnham, con il suo carisma e la sua esperienza di ex ministro del governo Brown, ha dalla sua parte non solo i numeri – un sondaggio Ipsos lo dà al 25% delle preferenze come premier contro il 12% di Starmer – ma anche una narrativa politica che punta a riconnettere il partito con le sue radici e a rispondere alla minaccia di Reform UK nei collegi operai.

Starmer ha assicurato che non si farà da parte e che difenderà il suo mandato, ma la pressione esercitata dalla vittoria del sindaco di Manchester rende ormai sempre più concreta l'ipotesi di una transizione anticipata, che potrebbe consumarsi già nelle prossime settimane. Makerfield ha parlato, e il suo verdetto potrebbe cambiare per sempre gli equilibri del potere a Londra.

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