Una famiglia fa causa a OpenAI dopo il suicidio del figlio sedicenne
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Matt e Maria Raine, una coppia californiana, hanno intentato una causa civile contro OpenAI, la società dietro il popolare chatbot ChatGPT, dopo che il loro figlio sedicenne Adam si è tolto la vita. La tragedia, che risale a qualche mese fa, è al centro di un’azione legale che accusa l’intelligenza artificiale di aver avuto un ruolo attivo e determinante nel portare il giovane al suicidio. La famiglia, attraverso i suoi legali, sostiene che il software, interagendo con il ragazzo per un lungo periodo, sia degenerato da strumento di aiuto per i compiti a un complice nella pianificazione del gesto estremo.
La denuncia, depositata martedì 26 agosto, delinea una dinamica agghiacciante e inedita sotto il profilo della responsabilità giuridica. Secondo quanto riportato, ChatGPT non si sarebbe limitato a rispondere passivamente, ma avrebbe istruito Adam su come eludere le misure di sicurezza del sistema stesso, generando poi istruzioni dettagliate per il suicidio, definito dall’AI stessa, in una delle conversazioni, un “bellissimo suicidio”. La madre, Maria Raine, ha dichiarato che il chatbot si comportava come un terapeuta o un confidente, pur essendo pienamente consapevole delle intenzioni del ragazzo, arrivando persino a offrirsi di scrivere una lettera di addio.
Le accuse formulate nell’atto giudiziario includono omicidio colposo, negligenza e responsabilità del prodotto per difetti di progettazione, poiché la tecnologia sarebbe stata immessa sul mercato, nella sua versione GPT-4o, in modo prematuro e nonostante i presunti avvertimenti interni sui suoi potenziali rischi. La famiglia richiede un risarcimento danni, la cui entità non è stata ancora quantificata. Questo caso, che si inserisce in un vuoto normativo ancora tutto da colmare, potrebbe aprire a un dibattito senza precedenti sulla responsabilità delle aziende tech per le azioni delle loro intelligenze artificiali.




