Decreto sicurezza, la fiducia e il “decreto bis”: il governo accelera tra polemiche e modifiche sui rimpatri

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La macchina del governo, nonostante le fibrillazioni dell’ultim’ora e le critiche trasversali che ne hanno accompagnato l’iter, tira dritta sull’approvazione del decreto sicurezza. L’aula di Montecitorio si appresta a votare la questione di fiducia posta dall’esecutivo nel pomeriggio, un passaggio, questo, che di fatto comprime i tempi del dibattito parlamentare e blinda il provvedimento originale, il quale, va ricordato, scade il 25 aprile. La scelta di ricorrere alla fiducia – annunciata dopo ore di tensione e di fuoco amico proprio all’interno della maggioranza – rappresenta una mossa chiara: separare il destino del testo base da quello della norma più contestata, quella relativa agli incentivi per i rimpatri volontari.

Proprio su quest’ultimo punto, che aveva rischiato di far saltare il banco raccogliendo i rilievi del Colle e le critiche feroci dell’avvocatura, l’esecutivo ha dovuto inventare una soluzione inedita per uscire dall’impasse. La sottosegretaria Matilde Siracusano ha confermato che, contestualmente al via libera di Montecitorio, verrà varato un “decreto correttivo contemporaneo”. In pratica, si approva la legge così com’è oggi per non farla decadere, ma la si corregge subito dopo con un intervento normativo ad hoc. Il nuovo testo, che dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri venerdì, non solo elimina il riferimento esplicito alla “rappresentanza legale” che aveva messo in allarme i penalisti, ma allarga la platea dei beneficiari dell’incentivo: non più solo gli avvocati, dunque, ma anche i mediatori culturali e le associazioni che si occupano del reinserimento. C’è poi un dettaglio non secondario, che cambia radicalmente la natura del compenso: il contributo economico, a quanto si apprende, verrà elargito “anche se la pratica non va a buon fine”, tentando così di svincolare il compenso dall’obbligo di risultato.

Il nodo della professione e la questione delle carceri

Se il governo cerca di smussare gli angoli più spinosi della norma con un intervento chirurgico, il dibattito politico resta incandescente. L’opposizione, che in aula ha letteralmente occupato i banchi del governo per protesta, non ha alcuna intenzione di mollare la presa, denunciando quello che definisce un “corto circuito istituzionale”. Nel mirino finisce soprattutto la ratio dell’incentivo, percepita come una vera e propria lesione del diritto di difesa; gli stessi penalisti, d’altronde, avevano parlato di un meccanismo capace di trasformare l’avvocato in una sorta di “ausiliario” dell’esecutivo, svuotando di significato la funzione del garante. E mentre si discute di chi debba essere pagato per favorire i rimpatri, dall’altra parte dell’equazione della sicurezza riemerge l’annoso problema della recidiva e della gestione carceraria: i piccoli spacciatori che, una volta usciti dalle celle – che risultano essere piene fino a raggiungere il record di affollamento, specie negli istituti minorili – tornano spesso a delinquere per la cronica mancanza di investimenti sui Sert e sulla vera rieducazione. È un cortocircuito, questo, che riguarda il fondo della questione e che i decreti correttivi, da soli, difficilmente potranno risolvere.

Un “premio” che scatena la bufera politica

L’annuncio del decreto bis, lungi dal placare gli animi, ha scatenato una bufera politica che si riverbera anche sugli emendamenti presentati dalle minoranze. Tra le proposte più eccentriche depositate in questi giorni, spiccano quelle che chiedono l’introduzione del permesso di soggiorno per “radicamento sociale” – una misura che permetterebbe a un immigrato irregolare, presente sul territorio da almeno tre anni, di ottenere un titolo biennale – o quelle che vorrebbero sottoporre a inchiesta automatica gli agenti che effettuano perquisizioni preventive senza poi trovare armi. Un ventaglio di proposte che la maggioranza bolla come ideologiche, ma che fotografa la distanza abissale tra le due anime del Parlamento. Nel frattempo, il governo gioca d’anticipo: mentre l’opposizione chiedeva a gran voce lo sgombero di alcuni centri sociali – con il solito contraltare rappresentato da presunte disparità di trattamento per altre realtà come Casa Pound – l’esecutivo ha spostato l’ago della bilancia sui rimpatri. Il “bonus”, insomma, resta sul tavolo, seppur rimodulato nella forma, e rappresenta ora il perno di una strategia che punta a disincentivare i ricorsi e a velocizzare le espulsioni, aggirando le lungaggini burocratiche che spesso trasformano i trattenimenti in una scommessa persa in partenza.

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