Arianna Meloni difende la riforma e attacca il Pd: «Sulla giustizia cambiano idea solo per racimolare voti»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Mentre la campagna per il referendum sulla separazione delle carriere giudiziarie entra nel suo vivo, con il voto fissato per il 22 e 23 marzo, la macchina del centrodestra si mette in moto per spingere l’elettorato verso l’urna, cercando di trasformare una consultazione tecnica in un plebiscito di fiducia sull’operato dell’esecutivo, sebbene la presidente del Consiglio tenga a precisare che non vi sarà alcun terremoto politico in caso di sconfitta. A gettarsi nella mischia, con dichiarazioni nette e prive di ambiguità, è stata Arianna Meloni, responsabile della segreteria politica di Fratelli d’Italia, la quale, raccogliendo il testimone della polemica, ha difeso con vigore la riforma proposta dal ministro Carlo Nordio, bollando le critiche dell’opposizione come mere manovre elettoralistiche. La numero due del partito, in una serie di interventi pubblici, ha voluto sgombrare il campo da quelli che definisce «falsi miti», insistendo sulla bontà di un intervento che, a suo dire, libererebbe la magistratura dalle pastoie del correntismo, rendendola non meno indipendente, bensì più autorevole e terza rispetto alle parti in causa. «Renderà la magistratura più libera», ha scandito, quasi a voler ribaltare la narrazione di chi, nel campo del No, vede in questa riforma un indebolimento del ruolo della toga e un potenziale attacco alla Costituzione. L’argomentazione, del resto, non si limita a un generico appello al voto, ma si spinge a contestualizzare la proposta all’interno di un disegno più ampio che, dopo la giustizia, dovrebbe portare a compimento altre tappe fondamentali del programma di governo, a partire dalla tanto discussa riforma del premierato.
D’altra parte, la strategia comunicativa della maggioranza sembra ormai chiara e si articola su un doppio binario: da un lato, si cerca di rassicurare l’elettorato moderato sulla stabilità dell’esecutivo, dall’altro si punta a delegittimare la posizione del Partito Democratico, accusato di opportunismo e di aver mutato opinione sul tema delle carriere separate nel corso degli anni. In questo senso, il rilancio sui social, da parte della presidente del Consiglio, di un video del costituzionalista Stefano Ceccanti, figura di spicco del centrosinistra ed ex parlamentare democratico, rappresenta una mossa arguta e chirurgica. «Non vi fidate di me? Sentite cosa dice un ex parlamentare di sinistra», sembra voler suggerire Giorgia Meloni nel suo tweet, presentando il giurista come un testimonial inatteso ma autorevole, proprio perché estraneo alla sua area politica. L’obiettivo è evidente: mostrare come il tema della separazione delle carriere non debba essere letto in chiave ideologica o di appartenenza, bensì come una questione di buon senso e di efficienza del sistema paese, capace di superare gli steccati tradizionali e di raccogliere consensi anche in ambienti tradizionalmente ostili. Un invito, quello della premier, ad «andare oltre le appartenenze politiche e le contrapposizioni ideologiche», concentrandosi esclusivamente sul merito del quesito referendario.
Tuttavia, a questa campagna martellante del fronte del Sì, risponde con durezza e senza mezzi termini la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, la quale alza il tiro dello scontro, portando la discussione sul terreno scivoloso della cronaca e delle scelte di governo. La leader dem, intervenuta a programmi televisivi e in numerosi comizi, ha attaccato frontalmente le parole della presidente del Consiglio, rea, a suo avviso, di aver strumentalizzato un tema delicato come quello della violenza sessuale per fini propagandistici. «Ma vi pare normale – ha tuonato Schlein – che la Presidente del Consiglio dica che se passa il No ci saranno più stupratori liberi e che i bambini saranno strappati alle madri? Pensa davvero che gli italiani siano stupidi?». Un attacco durissimo, che mira a ribaltare l’accusa di allarmismo, sostenendo che sia proprio l’attuale esecutivo ad aver adottato provvedimenti concreti che avrebbero, di fatto, favorito la libertà di individui gravemente indiziati di reati atroci. La segretaria dem, con piglio combattivo, ha infatti ricordato il caso di Al Masri, il comandante libico torturatore e stupratore, rimpatriato in Libia con un volo di Stato pagato dai contribuenti italiani, nonostante la magistratura inquirente ne avesse richiesto l’arresto. Una circostanza, questa, che secondo la Schlein getterebbe una luce sinistra sulle parole della premier, rivelando una pericolosa contraddizione tra la retorica sulla sicurezza e i fatti concreti dell’azione di governo.




