Israele e Libano, accordo a Washington per la tregua ma Hezbollah dice no

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Si è chiuso con un annuncio formale, al termine di due giornate di colloqui ospitati dal Dipartimento di Stato americano, il quinto round di negoziati tra le delegazioni diplomatiche di Israele e Libano. L’intesa, che nella sostanza rinnova un cessate il fuoco mai completamente rispettato, subordina l’effettiva cessazione delle ostilità a una duplice e non scontata condizione: la completa interruzione degli attacchi da parte di Hezbollah e l’evacuazione di tutti i suoi combattenti dalle aree poste a sud del fiume Litani.

Una dichiarazione congiunta, sostenuta e facilitata dagli Stati Uniti, ha sancito l’impegno dei due Paesi – che ufficialmente non intrattengono relazioni diplomatiche – a procedere speditamente verso un “accordo globale”, sebbene le prime reazioni sul campo raccontino una realtà ben più frammentata e complessa.

Le clausole dell’intesa e il controllo del territorio

Nel dettaglio, il testo diffuso al termine dell’incontro prevede l’istituzione di “zone pilota” nel sud del Libano, quelle stesse aree che attualmente sono oggetto di contesa e che da mesi rappresentano il fronte più caldo del conflitto. Qui, le Forze armate libanesi (Laf) dovrebbero esercitare un controllo esclusivo del territorio, un passaggio cruciale che mira a escludere fisicamente qualsiasi attore non statale, a cominciare naturalmente dai miliziani di Hezbollah.

Israele, da parte sua, ha ribadito un concetto che considera non negoziabile: la propria sicurezza – e con essa il rispetto della propria integrità territoriale – passa attraverso il disarmo del movimento sciita e lo smantellamento sistematico delle sue infrastrutture in tutto il Paese dei cedri. Washington, che ha agito da garante, si è impegnata contestualmente a sostenere un rafforzamento delle capacità dell’esercito regolare libanese, un elemento chiave per cercare di colmare il vuoto di potere che storicamente ha permesso a Hezbollah di agire come Stato nello Stato.

Il secco rifiuto di Hezbollah e le condizioni di Beirut

Nonostante l’ottimismo della diplomazia statunitense e la formale stretta di mano tra i rappresentanti governativi, l’accordo rischia di rivelarsi una mera dichiarazione d’intenti. Hezbollah, che non siede al tavolo negoziale e non è sotto il diretto controllo del governo libanese, ha respinto al mittente la tregua.

In una nota ufficiale, il gruppo armato ha fatto sapere di aver “informato il presidente libanese Joseph Aoun del suo rifiuto dell’accordo”, sostenendo con forza che qualsiasi intesa accettabile non possa prescindere da un prerequisito fondamentale: il “completo ritiro israeliano da tutto il territorio libanese”.

La posizione della fazione filo-iraniana è netta e contrasta frontalmente con la linea emersa a Washington; non solo rigetta le condizioni poste da Israele, ma aggiunge ulteriori richieste che al momento appaiono irricevibili per Tel Aviv, tra cui il ritorno garantito degli sfollati, l’avvio concreto della ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi detenuti da Israele.

Un testo che guarda a Teheran e un calendario serrato

Scorrendo le righe della dichiarazione finale, emerge un passaggio che suona come un avvertimento diretto alla Repubblica Islamica. I firmatari hanno infatti “respinto qualsiasi tentativo, da parte di qualsiasi Stato o attore non statale, di tenere in ostaggio il futuro del Libano”. Una formula studiata a tavolino che, senza mai nominarla direttamente, rappresenta un chiaro ed esplicito riferimento alle ingerenze iraniane e al sostegno militare ed economico che Teheran garantisce da decenni a Hezbollah.

Sul fronte delle scadenze diplomatiche, le parti hanno concordato di aggiornare il confronto: un nuovo ciclo di colloqui politici e di sicurezza è già stato fissato per la settimana del 22 giugno. L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare questo fragile rinnovo della tregua in un quadro negoziale permanente. Tuttavia, la sensazione, leggendo le cronache dei media libanesi che riportano raid israeliani anche nelle ore successive all’annuncio, è che la guerra sul terreno proceda su un binario parallelo e totalmente indipendente rispetto ai tavoli ovattati del Dipartimento di Stato.

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