Il governo conferma la presenza dei soldati italiani in Libano ma la priorità diventa la loro sicurezza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, è tornato a ribadire la posizione dell'esecutivo sulla missione Unifil in Libano, chiarendo come, nonostante l'escalation del conflitto tra Israele e Hezbollah e la conseguente operazione di terra israeliana, i nostri militari – circa milleduecento su un totale di duemilaottocento caschi blu, tra cui cinquecento appartenenti alla Brigata Sassari – non lasceranno il teatro operativo prima del termine stabilito dalle Nazioni Unite. La missione, lo ha ricordato lo stesso Crosetto intervenuto a ‘Diario del Giorno’ su Rete4, è prevista fino al prossimo anno e sarebbe la stessa popolazione libanese, assieme all'Onu, a chiederci di rimanere, pur in un quadro di rischio crescente.

L'attenzione del governo, tuttavia, si è spostata in modo preponderante sulla garanzia dell'incolumità dei contingenti. Una priorità, questa, divenuta centrale dopo gli episodi che hanno visto i nostri soldati finire nel mirino degli scontri. Il ministro ha sottolineato come, al di là del mandato, l'obiettivo primario sia preservare l'incolumità di chi indossa il casco blu. Un concetto, questo della sicurezza, reso ancor più urgente dai recenti fatti di cronaca che hanno visto i militari della Brigata Sassari costretti a trascorrere lunghi periodi all'interno dei bunker, come raccontato dal sindaco di Laconi, Salvatore Argiolas, che ha voluto esprimere pubblicamente il proprio sostegno a un suo concittadino lì di stanza, Luca Manca, in un messaggio diffuso sui social.

Il rischio concreto per i caschi blu e la complessa posizione sul terreno

La pericolosità della situazione è stata plasticamente descritta dal generale Giorgio Battisti, il quale, a margine di un evento ad Assolombarda, ha evidenziato come i nostri soldati si trovino esattamente in mezzo allo scontro a fuoco tra Hezbollah e Israele. Basti pensare, ha spiegato il generale, a cosa potrebbe accadere con un semplice lancio non appropriato per comprendere il livello di esposizione al pericolo dei nostri mille uomini, che rappresentano il contingente più numeroso all'interno della missione Onu. Il loro compito, almeno nelle intenzioni originarie, sarebbe quello di mediare il conflitto cercando di ridurre l'ostilità tra Libano e Israele, operando senza far uso di armi se non per legittima difesa.

Che il rischio non sia solo teorico lo dimostrano gli accadimenti delle ultime ore. Detriti di un razzo, verosimilmente intercettato dai sistemi antimissile israeliani, sono piovuti sulla base di Shama, sede del Comando del Settore Ovest a guida italiana. Nell'occasione, un militare italiano è rimasto leggermente ferito a un occhio, anche se le sue condizioni non sono mai apparse preoccupanti e il ministro Crosetto ha mantenuto un contatto costante con il Capo di Stato Maggiore della Difesa e il Comando Operativo di Vertice Interforze per seguire l'evolversi della situazione. Non solo: fonti stampa riferiscono di un attacco subito dai caschi blu dell'Onu, con detriti finiti sulla base italiana, a riprova di come la linea del fronte sia ormai labile e penetri in aree che dovrebbero essere zone cuscinetto.

La posizione del governo e il contesto diplomatico più ampio

Mentre il governo italiano, con il ministro Crosetto, valuta ora per ora l'evoluzione del conflitto e le possibili ripercussioni sulla missione dei caschi blu, emerge un quadro di profonda incertezza. La risoluzione dell'Onu che ha fissato la scadenza della missione Unifil per l'anno prossimo sembra aver avviato un conto alla rovescia che potrebbe però rivelarsi più lungo della pazienza delle parti in conflitto. Il fatto che Hezbollah e Israele continuino a colpirsi vicendevolmente, con Unifil in mezzo, rende il compito dei nostri soldati sempre più arduo.

Parallelamente, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha voluto blindare le missioni Ue, chiarendo che si possono semmai rafforzare quelle esistenti, come Aspides nel Mar Rosso, ma non estenderle ad altre aree calde come il Golfo Persico. Una presa di posizione che definisce il perimetro dell'impegno italiano, concentrato sulla protezione delle rotte commerciali e sulla gestione delle crisi senza allargare il fronte. In questo contesto, la chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb, che interdirebbe al Mediterraneo un flusso di 8,8 milioni di barili di petrolio al giorno, rappresenta uno scenario che Roma, assieme a Parigi, Berlino, Londra e Ottawa, cerca di scongiurare attraverso una rinnovata spinta diplomatica che invoca negoziati. L'avanzata israeliana in Libano, volta ad ampliare la propria zona cuscinetto, rischia però di rendere vani questi sforzi, lasciando i nostri soldati in una posizione di esposti osservatori di un conflitto che non accenna a placarsi.

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