Tania Terrin, lo strazio della famiglia e l’omelia del parroco: “Responsabilità della politica”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   “Come stiamo? Per noi nulla è cambiato dal giorno dell’omicidio. Purtroppo ci stiamo abituando a questo dolore esattamente come ci si abitua a quelli di una guerra. Ed è questo che fa più male, questo quello che sconvolge di più. Pare che non ci si sorprenda più di nulla”. A parlare, commosso ma anche amareggiato, stanco e forse deluso, è lo zio di Tania Terrin, il fratello della madre Marinella, che ha affidato a poche parole il senso di un lutto che appare già sedimentato nella sua durezza quotidiana. “Con la famiglia di Keber non abbiamo parlato e non parleremo.

Noi in questa vicenda abbiamo sentito solo parole”, ha aggiunto, chiudendo con un’amarezza che lascia intendere una distanza incolmabile tra le due parti, quasi come se il silenzio fosse l’unico linguaggio possibile dopo quanto accaduto. E mentre la comunità di Camponogara si stringe attorno ai parenti della vittima, emergono i contorni di un dramma che ha scosso non solo il piccolo centro veneziano ma anche l’intero dibattito pubblico sulla violenza di genere, con le istituzioni chiamate in causa in modo diretto e senza mezzi termini.

L’ultimo saluto e il vuoto lasciato dagli amici

Tutti con Tania Terrin, attorno alla sua bara bianca, chi con la sua foto tra le mani, chi con i ricordi e molti con le lacrime agli occhi e la voce spezzata. Il sacrificio di una donna, l’ennesima, è stato celebrato da oltre seicento persone che hanno gremito la chiesa di Camponogara per l’ultimo saluto.

Tra i presenti c’erano i familiari, i colleghi di lavoro, gli amici di ieri e quelli di oggi, e tra loro non mancava chi Dino Keber non l’aveva mai sentito nominare, così come chi invece quell’uomo lo aveva conosciuto attraverso i racconti di Tania, quasi a cercare di comprendere come un volto noto potesse nascondere una tale violenza.

La compostezza degli amici radunati fuori dalla chiesa si è sciolta in pianto quando la bara bianca è arrivata sulle note di “Amazing Grace”, accompagnata dalla madre Marinella, in un momento che ha reso tangibile il dolore di una perdita ancora troppo improvvisa per essere elaborata. Micol, amica di sempre, ha confessato con la voce rotta: “Ho abitato con lei, abbiamo dormito assieme e condiviso tanto fin da piccole. Non ci credo ancora a quello che è successo, che siamo qui oggi”.

Il parroco e le parole dure contro la politica

“La responsabilità è di tutti e per prima della politica, che a parole sostiene e promuove le associazioni anti-violenza, ma di fatto varie volte dirotta quei fondi a favore di difesa e armamenti”. È questo uno dei passaggi più duri dell’omelia pronunciata da don Alberto Peron, parroco di Camponogara, durante le esequie. Il sacerdote ha voluto alzare il tono, spezzando la consueta liturgia del commiato per lanciare un messaggio che suona come un atto d’accusa nei confronti delle istituzioni, reclamando un impegno concreto che vada oltre le dichiarazioni di circostanza.

“Pretendiamo maggiore attenzione da parte della giustizia – ha aggiunto don Peron – che sappia applicare e non soltanto generare ulteriori mezzi repressivi”. Un’invocazione che ha trovato eco tra i banchi della chiesa, dove molti annuivano quasi a sottoscrivere una denuncia che supera i confini della vicenda personale per inserirsi in un quadro più ampio di inefficienze e ritardi, quelli che troppo spesso accompagnano i femminicidi in Italia.

L’omelia, lungi dall’essere un semplice rito di conforto, si è trasformata così in un monito collettivo, nel tentativo di dare un senso a una morte che altrimenti rischierebbe di restare avvolta nel silenzio della rassegnazione.

Il dolore che si trasforma in consuetudine

Le parole dello zio, quel “ci stiamo abituando” che riecheggia come una condanna, restituiscono la dimensione più intima e sconcertante del dopo: quella in cui l’orrore diventa parte del paesaggio emotivo quotidiano, quasi una normale compagna di strada. “È come in una guerra”, ha ribadito, e in questa metafora si coglie tutta la disperazione di chi non vede una fine alla sofferenza, ma solo la sua progressiva, dolorosa normalizzazione.

A rendere ancora più amaro il quadro è la constatazione che, nonostante la presenza massiccia di persone e il calore di una comunità che ha voluto esserci, rimane un senso di solitudine istituzionale, come se la vicenda fosse stata lasciata scorrere senza che nessuno, al di fuori della cerchia stretta, fosse realmente in grado di intervenire prima. La scelta di non dialogare con la famiglia di Keber, annunciata dallo zio con nettezza, suggella una ferita che appare destinata a rimanere aperta, lontana da qualsiasi possibilità di riconciliazione o di scambio che non sia il ricordo della vittima.

L’attesa per la verità giudiziaria

Mentre la cronaca si concentra sugli aspetti processuali e sulle indagini che dovranno chiarire l’esatta dinamica dell’omicidio, la comunità di Camponogara resta in attesa di risposte che vanno oltre la condanna penale. I funerali hanno rappresentato non solo un momento di commiato ma anche un palcoscenico civile, dove il dolore si è fatto rivendicazione e la memoria si è caricata di un significato politico che pochi avrebbero immaginato.

L’invocazione del parroco a una giustizia più attenta, capace di prevenire piuttosto che limitarsi a reprimere, incontra il sentimento diffuso tra i presenti, molti dei quali si interrogano su come sia stato possibile che una donna seguita dalle forze dell’ordine per episodi di violenza precedenti sia stata comunque uccisa.

In questo vuoto di spiegazioni, il silenzio della famiglia di Keber e la scelta dei parenti di Tania di non cercare alcun contatto disegnano i confini di una tragedia che, per quanto esemplare, resta irriducibilmente singolare, segnata dall’assenza di un colpevole che possa restituire la vita o anche solo una parola di scusa.

L’unica certezza, per ora, è che il nome di Tania Terrin si aggiunge a una lista che nessuno vorrebbe mai vedere allungarsi, e che la sua storia, come quelle di tante altre, chiede giustizia non solo in aula ma anche nel dibattito quotidiano, tra le pieghe di una società che fatica a riconoscere i propri mostri.

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