La voce dello zio di Tania Terrin: "Ci stiamo abituando a questo dolore, come in una guerra"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Come stiamo? Per noi nulla è cambiato dal giorno dell'omicidio. Purtroppo ci stiamo abituando a questo dolore esattamente come ci si abitua a quelli di una guerra. Ed è questo che fa più male, questo quello che sconvolge di più. Pare che non ci si sorprenda più di nulla». A parlare, commosso ma anche amareggiato, stanco e forse deluso, è lo zio di Tania Terrin, il fratello della mamma Marinella, che ha rotto il silenzio al termine dei funerali della nipote, uccisa dall'ex compagno Dino Keber.

L'uomo, visibilmente provato, ha poi aggiunto un dettaglio che chiarisce la distanza siderale tra le due famiglie: «Con la famiglia di Keber non abbiamo parlato e non parleremo. Noi in questa vicenda abbiamo sentito solo parole».

L'omelia del parroco: "La prima responsabile è la politica"

Oltre seicento persone si sono strette attorno alla bara bianca di Tania Terrin, nella chiesa di Camponogara, in provincia di Venezia. Tra i presenti, i familiari, i colleghi di lavoro e gli amici di una vita, molti dei quali con la foto della ragazza tra le mani, altri con gli occhi lucidi e la voce spezzata dal pianto. Durante la cerimonia funebre, don Alberto Peron ha pronunciato un'omelia che ha scosso i fedeli, puntando il dito contro le istituzioni.

«La responsabilità è di tutti e per prima della politica, che a parole sostiene e promuove le associazioni anti-violenza, ma di fatto varie volte dirotta quei fondi a favore di difesa e armamenti», ha tuonato il sacerdote. E ancora: «Pretendiamo maggiore attenzione da parte della giustizia, che sappia applicare e non soltanto generare ulteriori mezzi repressivi».

Il dolore degli amici: "Non sapevamo niente, non l'abbiamo aiutata"

La compostezza iniziale degli amici di Tania, radunati all'esterno della chiesa per darle l'ultimo saluto, si è infranta quando la bara bianca è arrivata sulle note di "Amazing Grace", accompagnata dalla mamma Marinella. Tra le voci rotte dal pianto emerge quella di Micol, un'amica di sempre, che ha raccontato con fatica il loro legame profondo: «Ho abitato con lei, abbiamo dormito assieme e condiviso tanto fin da piccole. Non ci credo ancora a quello che è successo, che siamo qui oggi».

Un rammarico che accomuna molti dei presenti, i quali hanno confessato di non aver mai saputo nulla delle violenze subite dall'amica, e di non essere riusciti a tendere una mano per aiutarla prima che fosse troppo tardi. Tra la folla, c'è chi Dino Keber non l'aveva mai sentito nominare e chi invece quell'uomo lo aveva conosciuto solo attraverso i racconti di Tania.

Un femminicidio che segna la comunità

Il sacrificio di Tania Terrin rappresenta l'ennesimo dramma di una scia di violenza che non accenna a fermarsi. Le parole del parroco don Alberto Peron hanno trovato eco tra i banchi della chiesa, dove molti hanno ascoltato in silenzio l'accusa alla politica e alla giustizia, ritenute corresponsabili per omissione e per la gestione dei fondi destinati alla prevenzione della violenza di genere.

Lo zio della vittima, con la sua amara riflessione sulla guerra e sull'abitudine al dolore, ha fotografato lo stato d'animo di una famiglia che, nonostante la tragedia, ha scelto di non cercare contatti con la parte opposta, segnando un confine netto tra il lutto e l'ombra dell'assassino. La cerimonia si è conclusa tra gli applausi e il lancio di palloncini bianchi, mentre il corpo di Tania veniva accompagnato all'ultima dimora, lasciando dietro di sé una scia di domande e di rabbia che difficilmente potrà trovare risposta.

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