Il messaggio di Tania e il silenzio sulle ex: "Mi ha quasi uccisa e dà la colpa a me"
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Redazione Interno
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C'è un messaggio, scritto quattro mesi prima della fine, che oggi pesa come una condanna. "Ciao, da donna a donna ti chiedo: Dino è stato violento con te? Sabato mi ha quasi uccisa e sta cercando di dare la colpa a me". A digitarlo, il 20 aprile, era Tania Terrin, 39 anni, che cercava disperatamente la verità su Dino Keber, l'ex compagno con cui viveva un rapporto tormentato e che la notte tra il 15 e il 16 agosto l'ha strangolata nella sua casa di Camponogara per poi tornare a Dolo e impiccarsi.
Le voci delle ex compagne e il ritratto di un aggressore seriale
La risposta arrivata a quel messaggio è agghiacciante, quasi una profezia che si è puntualmente avverata: "Sì, mi metteva le mani addosso, e l'ha fatto con tutte. Alla madre di sua figlia ha spaccato tutti i denti. È pericoloso, può succedere di nuovo, dando poi la colpa a te".
Secondo quanto riportato, la donna che Tania contattò sarebbe stata la quinta ad aver denunciato l'assassino, un uomo su cui pendeva solo un ammonimento del questore, la misura più blanda prevista dall'ordinamento, nonostante le ripetute denunce e le testimonianze di un passato di violenze che si perdeva nel tempo.
Le testimonianze delle ex compagne, che ora hanno rotto il silenzio, raccontano una storia sempre uguale, fatta di pugni, calci, ossa rotte, insulti e minacce di morte. "Sono finita al pronto soccorso tre volte – ricorda una di loro –. L'ho denunciato una sola volta, e nemmeno volevo farlo. Quando sei dentro a quel vortice credi di essere tu quella sbagliata".
La prima aggressione arrivò dopo due anni di apparente serenità, per poi trasformarsi in un'inesorabile escalation: "All'inizio mi picchiava una volta al mese, poi sempre più spesso", tanto che per sfuggirgli una donna si trasferì a 600 chilometri di distanza, ma lui la ritrovò e la convinse a tornare.
La giustificazione della violenza e il muro dell'omertà
C'era sempre una scusa pronta a giustificare la violenza, e quella scusa era il diabete, una patologia che, a suo dire, lo trasformava in "Mr. Hyde", scaricando su di lui la responsabilità di atti che, in realtà, erano frutto di una volontà precisa e consapevole. Questa narrazione, che addossava la colpa alla malattia, creava un cortocircuito psicologico nelle vittime, portandole a sentirsi in colpa al pensiero di abbandonarlo, come se fossero l'unica persona capace di salvarlo.
Attorno a lui, poi, si ergeva il muro dell'omertà: "Alcuni amici erano intervenuti mentre mi picchiava a sangue, ma quando sono stati interrogati hanno difeso lui".
La paura, per molte di loro, non è mai passata, nemmeno dopo la fine della relazione. "Solo da quando so che si è tolto la vita mi sento al sicuro. Avevo il terrore quando una moto rallentava davanti casa", confessa una delle donne che hanno avuto la forza di raccontare la loro storia. E il rimpianto, per chi avrebbe potuto fare di più, è un peso difficile da sopportare: "Non si doveva arrivare a questo. Con il braccialetto elettronico, l'obbligo di dimora e il divieto di avvicinamento Tania si poteva salvare.
Doveva restare in psichiatria, dov'era finito due settimane prima: è uscito con una firma e l'ha uccisa. Era una tragedia annunciata".
Le denunce ignorate e le parole di una "miracolata"
C'è chi porta questo peso da 24 anni, da quando, ancora sedicenne, incrociò la strada di Dino Keber. "Se non avessi ritirato quella denuncia, forse lei sarebbe ancora viva", scrive sui social un'altra ex che si definisce una "miracolata" per essere sopravvissuta a quell'incubo. La sua è una testimonianza che risale al 2002, la prima di una lunga serie di denunce che si sarebbero susseguite nel 2010 e nel 2021, senza che mai venisse attivato un meccanismo di protezione efficace per le vittime.
Il femminicidio di Tania Terrin è così diventato un caso politico, con il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni che ha parlato di "una sconfitta per lo Stato", annunciando la valutazione, da parte del ministro Carlo Nordio, per l'invio di ispettori nella Procura di Venezia per verificare eventuali irregolarità e omissioni. Venerdì l'autopsia sul corpo della vittima dirà l'ultima parola sul decesso, ma la domanda che resta, e che nessuna indagine potrà mai cancellare, è una sola: perché nessuno ha fermato in tempo un uomo che tutte, da vent'anni, avevano imparato a temere.
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