Morte Matthew Perry, due anni al produttore che comprò la ketamina
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La vicenda giudiziaria, scaturita dalla morte dell’attore Matthew Perry avvenuta nell’ottobre del 2023 tra le mura della sua villa a Malibu, ha prodotto una nuova condanna che si inserisce nella fase discendente di un’inchiesta complessa e articolata. Un tribunale di Los Angeles, come si è appreso nelle scorse ore, ha inflitto due anni di reclusione a Erik Fleming, ex produttore hollywoodiano e, circostanza che aggiunge un alone di paradossale contraddizione, all’epoca dei fatti consulente contro le tossicodipendenze. Fleming, che rappresenta il quarto dei cinque imputati complessivamente coinvolti nell’operazione di fornitura della sostanza poi letale per l’interprete di Chandler Bing, si era già dichiarato colpevole; un atto processuale che gli ha consentito di evitare un’aula di giudizio più lunga, ma non di sottrarsi a una pena detentiva effettiva.
Il ruolo di tramite tra la spacciatrice e l’assistente personale
La dinamica dell’accusa, suffragata dagli atti depositati presso il tribunale federale, dipinge Fleming come un anello cruciale – sebbene non il primo – di una catena di approvvigionamento destinata a Perry. L’ex produttore, infatti, si è reso responsabile di aver acquistato dalla spacciatrice Jasveen Sangha, conosciuta nel sottobosco della criminalità organizzata californiana con il sinistro soprannome di “Ketamine Queen”, ben cinquanta flaconi di ketamina. Quella partita di fiale, successivamente consegnata all’assistente personale dell’attore di *Friends*, rappresentò la scorta che precedette l’ultimo, fatale bagno nella vasca idromassaggio della sua residenza di Malibu. L’assenza di dettagli espliciti sulle modalità dell’assunzione non toglie, comunque, rilevanza al fatto che senza quell’intermediazione la catena si sarebbe interrotta.
Una sentenza che chiude un capitolo dell’inchiesta
La pronuncia del giudice, arrivata dopo una serie di udienze incentrate sulla ricostruzione dei contatti tra Fleming, Sangha e lo staff personale dell’attore, ha voluto sottolineare la gravità specifica del suo ruolo: pur non essendo il fornitore primario, Fleming ha comunque facilitato l’accesso a una sostanza controllata, aggravando di fatto la posizione di un soggetto già fragile a causa della sua nota dipendenza. Perry, come documentato in fase istruttoria, si trovava in un momento della sua vita in cui i trattamenti per la sobrietà si alternavano a ricadute; e Fleming, con la sua duplice veste di consulente e di procacciatore, ha incarnato una figura ambigua difficile da incasellare nei soli schemi della mera delinquenza.
Un procedimento verso la conclusione con l’ultimo imputato
Resta ora in attesa di giudizio, sebbene in una fase processuale ormai avanzata, il quinto e ultimo imputato legato alla morte dell’attore. La “Ketamine Queen”, invece, è già stata rinviata a giudizio separatamente con accuse che potrebbero portare a una pena decisamente più afflittiva rispetto ai due anni assegnati a Fleming. Quest’ultimo, ascoltato brevemente in aula prima della lettura della sentenza, ha riaffermato il proprio rammarico senza però offrire giustificazioni che potessero attenuare la responsabilità: un gesto che il tribunale ha valutato come sinceramente riparatorio, ma non sufficiente a commutare la pena in misure alternative come i domiciliari. Il caso, dunque, si avvia verso la sua naturale conclusione, sebbene resti aperta, ancora per poco, la posizione dell’ultimo dei cinque coinvolti in questa catena di eventi che hanno stroncato una delle icone televisive più amate degli ultimi decenni.




