Il teatro di Monaco e la nuova pelle del potere americano
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Redazione Esteri
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C’era una volta la conferenza sulla sicurezza di Monaco, luogo deputato a incontri e dialoghi talvolta anche noiosi, e poi c’è quella dell’ultimo anno e mezzo, diventata invece il palcoscenico ideale per mettere in scena le dinamiche talvolta brutali del potere transatlantico. La replica del 14 febbraio scorso, andata in scena al Bayerischer Hof Hotel, ha offerto agli europei un cambio di registro nella forma che però, nella sostanza, non ha modificato di una virgola la richiesta che arriva da Washington. Se nel 2025 fu il vicepresidente J.D. Vance a gelare la platea con un intervento giudicato fin troppo aggressivo nei confronti delle vecchie alleanze, quest’anno è toccato al segretario di Stato Marco Rubio interpretare una parte diversa, quella del “poliziotto buono”, capace di ottenere applausi fragorosi laddove dodici mesi prima erano piovute solo critiche. Eppure, come spesso accade in questi giochi di ruolo, la differenza sostanziale tra i due approcci — quello del 2025 e quello di quest’anno — è parsa a molti osservatori più legata al tono che non ai contenuti effettivi dell’agenda americana.
Rubio, che oltre a dirigere la diplomazia statunitense siede anche al vertice del National Security Council accumulando così un potere che non si vedeva dai tempi di Henry Kissinger, ha scelto parole misurate e concilianti, parlando di civiltà condivisa e della necessità di combattere fianco a fianco i nemici comuni. Un atteggiamento che ha sollevato un sospiro di sollievo in buona parte della leadership europea, dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen al segretario generale della Nato Mark Rutte, i quali non hanno perso tempo nel manifestare il loro apprezzamento pubblico. Ma la cautela con cui sono arrivate quelle reazioni lascia intendere che molti, a Bruxelles e nelle capitali del continente, hanno ben presente la differenza tra un discorso studiato per piacere e la reale visione del mondo dell’amministrazione Trump. Il fatto poi che Rubio, subito dopo Monaco, abbia diretto la sua attenzione verso Ungheria e Slovacchia, due paesi guidati da leader dichiaratamente euroscettici come Viktor Orbán e Robert Fico, ha aggiunto ulteriori elementi a un quadro che appare tutto fuorché lineare.
Merz e la lettura realista del nuovo corso americano
A gettare acqua sul fuoco dell’entusiasmo ci ha pensato il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale in un’intervista al podcast Machtwechsel ha offerto una lettura ben più realista e disincantata di quanto accaduto a Monaco. Merz, che si appresta ad affrontare il congresso della CDU a Stoccarda, ha definito Rubio niente meno che “Trump in una veste più amichevole”, sottolineando come il segretario di Stato non si discosti più di tanto dalla sostanza politica del presidente americano. Il sollievo per i toni meno conflittuali rispetto a quelli di Vance, insomma, non deve trarre in inganno: la linea su temi cruciali come il sostegno all’Ucraina, le politiche commerciali o il peso specifico da riconoscere all’Unione Europea come istituzione rimane quella dettata dallo stesso Trump. E a poco sono valsi gli applausi ricevuti da Rubio, che Merz ha spiegato più come il frutto di aspettative talmente basse da rendere qualsiasi segnale di normalità un motivo di festa.
Non è un caso che proprio Merz abbia colto l’occasione per ribadire le difficoltà che attraversano i rapporti intraeuropei, in particolare quelli tra Berlino e Parigi, alle prese con divergenze significative sul progetto di un caccia di nuova generazione. I francesi spingono per un velivolo capace di trasportare armi nucleari e operare da portaerei, requisiti che i tedeschi non ritengono indispensabili, e questa frizione — al di là delle rassicurazioni diplomatiche — rischia di compromettere un programma industriale che dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello della difesa continentale. L’Europa, mentre cerca di interpretare i segnali che arrivano da oltreoceano, si trova insomma a fare i conti con le proprie contraddizioni interne, e la prospettiva di un riarmo condiviso — di cui Francia e Germania sarebbero naturalmente i pilastri — si scontra con visioni strategiche ancora distanti.
Il nodo ucraino e la diplomazia che cambia
Sul tavolo di Monaco, inevitabilmente, c’era anche la guerra in Ucraina, e le parole di Rubio hanno aperto scenari che fino a pochi mesi fa sembravano impraticabili. Il segretario di Stato ha indicato nella risoluzione del conflitto uno degli obiettivi prioritari dell’amministrazione americana, e da lì a pochi giorni si è arrivati all’annuncio di colloqui trilaterali a Ginevra che vedono seduti allo stesso tavolo rappresentanti di Russia, Stati Uniti e Ucraina. Una novità dirompente, che se da un lato potrebbe finalmente avviare un percorso di cessazione delle ostilità, dall’altro lascia gli europei in una posizione quantomeno scomoda, quella di spettatori di un negoziato condotto da altri. L’impressione è che la diplomazia americana stia provando a ridisegnare gli equilibri del conflitto con un approccio bilaterale, forte del rapporto diretto con Mosca, riducendo di fatto il ruolo dell’Europa a comprimario di lusso. Merz, in proposito, ha parlato degli insulti personali rivolti dal Cremlino ai leader di Germania, Francia e Regno Unito come di un sintomo di nervosismo, ma anche di una conferma che la partita vera si gioca altrove.
Migrazione, energia e riarmo: i tre dossier caldi
Dietro la cornice delle relazioni diplomatiche e delle dichiarazioni pubbliche, la Conferenza di Monaco ha messo in fila i nodi concreti con cui l’Europa dovrà fare i conti nei prossimi mesi. Sul versante migratorio, il nuovo patto europeo — che dovrebbe trovare piena attuazione entro la metà del 2026 — prevede una revisione profonda delle procedure di rimpatrio, con l’obiettivo dichiarato di superare l’attuale frammentazione tra i Ventisette e rendere molto più efficaci le espulsioni di chi non ha Titolo per restare. Un tema sul quale gli Stati Uniti premono da tempo, e che Rubio ha toccato indirettamente parlando di nemici comuni da combattere. C’è poi la questione energetica, legata a doppio filo con il destino del Green Deal: la “deregulation” invocata da più parti, e che Trump ha fatto propria, punta a un taglio dei costi dell’energia che passa necessariamente attraverso una revisione al ribasso degli obiettivi climatici. Infine, il riarmo. I programmi di rafforzamento militare di Francia e Germania procedono, ma con le difficoltà che Merz ha messo in luce, e la sensazione è che l’Europa si trovi a dover scegliere se continuare a dipendere dalla protezione americana o accelerare verso una qualche forma di autonomia strategica. Un’autonomia che, al momento, appare ancora lontana e comunque subordinata alla capacità dei singoli stati membri di superare le rispettive visioni nazionali.




