Zelensky: con Putin non si parla, la strada per la pace passa da Trump
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Redazione Esteri
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Volodymyr Zelensky, confermando una posizione ormai granitica, ha escluso ogni dialogo diretto con Vladimir Putin, definendolo senza mezzi termini "il nemico". In un’intervista, il presidente ucraino ha spiegato che, se mai ne avesse l'occasione, chiederebbe al Cremlino il motivo profondo di un’aggressione che mira a sottrarre territori alla sovranità di Kiev. La diffidenza, del resto, resta il sentimento dominante: Zelensky ha ribadito di "non avere alcuna fiducia" nel leader russo, sottolineando come per l’Ucraina sia vitale ottenere garanzie di sicurezza internazionali che impediscano, una volta cessate le ostilità, un nuovo futuro assalto. Una pace duratura, dunque, appare un traguardo lontano senza un’architettura di difesa che protegga il paese, la cui capacità di resistenza – ha ammesso lo stesso Zelensky – dipende in maniera cruciale dal supporto degli Stati Uniti.
Il complicato ruolo di mediatore di Trump
La prospettiva di un negoziato vero e proprio, quello che potrebbe davvero condurre a una tregua stabile, sembra presupporre un tavolo a tre. Da una parte Vladimir Putin, dall’altra Volodymyr Zelensky e, in mezzo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nella veste di mediatore. La realtà dei fatti, però, si presenta più frammentaria e indiretta: si susseguono infatti incontri, scambi telefonici e passaggi di messaggi separati, con Trump che dialoga ora con Zelensky, ora con Putin, tentando di conciliare le posizioni degli uni con le richieste degli altri. In questo complicato balletto diplomatico, il capo della Casa Bianca si trova a dover veicolare, di volta in volta, le intenzioni e le condizioni della parte assente, un ruolo che, se da un lato dimostra il suo impegno personale, dall’altro evidenzia la distanza che ancora separa le due capitali in guerra.
Le ombre sulla volontà di pace di Mosca
Nonostante i tentativi di mediazione, permangono dubbi sostanziali sulla reale volontà di Mosca di giungere a un accordo. Zelensky, dopo aver smentito come "classiche bugie dei russi" le notizie su un presunto attacco a una residenza di Putin, ha espresso scetticismo sulle intenzioni del Cremlino, affermando di non credere che quest’ultimo voglia genuinamente la pace. Una posizione che, sebbene possa apparire di parte, riflette una percezione diffusa: le dichiarazioni sulla disponibilità al dialogo, spesso avanzate dalla propaganda russa, non si sono tradotte in gesti concreti e verificabili sul campo. La pace, insomma, rimane più un auspicio verbale che una pratica negoziale, con entrambi gli schieramenti – come ha notato lo stesso presidente ucraino – che, nei fatti, appaiono ancora lontani dal volerla davvero.
Dopo Mar-a-Lago, interrogativi aperti
L’incontro di Mar-a-Lago, circondato da attese e presentato come un potenziale punto di svolta, lascia invece numerose questioni irrisolte. La domanda principale riguarda l’effettivo progresso verso la cessazione delle ostilità: la risposta, almeno allo stato attuale, sembra essere negativa. La ragione è semplice e scontata, ma decisiva: la fine del conflitto dipende in ultima analisi dalla volontà di Vladimir Putin, che a quel vertice non era presente. L’assenza del leader russo rende qualsiasi avanzamento parziale e condizionato, relegando gli sforzi diplomatici a preparativi o sondaggi, piuttosto che a trattative risolutive. La strada per la pace, pertanto, si annuncia ancora lunga e irta di ostacoli, con la mediazione americana chiamata a un lavoro di paziente e incerto costruzione.




