Trump cambia passo: il Venezuela sotto controllo Usa e lo spettro del regime change arriva a Cuba

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'annuncio, dato da Mar-a-Lago, dell'operazione che ha portato all'arresto di Nicolás Maduro e di Cilia Flores segna una cesura netta non solo per il Venezuela, ma per la politica estera americana degli ultimi anni. Donald Trump, presidente che ha sempre fatto del disimpegno e della critica alle avventure militari un suo cavallo di battaglia, ha ora messo in atto, con fredda determinazione, quanto teorizzato da tempo da una certa frangia del suo partito. Il quadro, del resto, era stato tracciato con precisione in un articolo su Foreign Affairs da Elliott Abrams, ex inviato speciale per il Venezuela durante la prima amministrazione Trump e oggi analista di un influente think tank, il quale aveva indicato senza mezzi termini la necessità di un cambio di regime a Caracas. Quella che era un'aspirazione dei falchi repubblicani è dunque diventata realtà, con le truppe statunitensi schierate a garantire, come ha dichiarato lo stesso presidente, una transizione di potere "sicura e giudiziosa", governando il paese "fino a quando sarà necessario". Una mossa, questa, che riecheggia toni e metodi di un recente passato interventista.

Il messaggio oltre Caracas: un monito a Teheran e L'Avana

Le implicazioni dell'azione vanno tuttavia ben oltre i confini venezuelani, assumendo il valore di un monito plateale. "Questo è quello che gli Stati Uniti fanno ai dittatori", ha affermato Trump, lasciando poco spazio all'interpretazione. Le sue parole, cariche di una retorica che punta dritto agli altri regimi considerati ostili, hanno subito individuato un bersaglio preciso: Cuba. La situazione nell'isola, ha osservato il presidente, è "molto simile al Venezuela", aggiungendo che l'intenzione è quella di "aiutare il popolo cubano". Una dichiarazione che, pur nel suo vago proposito assistenziale, suona come un avvertimento diretto al governo di L'Avana, il quale non può che leggervi la minaccia di un potenziale futuro intervento. La svolta, in questo senso, appare totale, poiché ribalta una posizione storica di Trump, il quale si era sempre dichiarato contrario alle operazioni di "regime change", giudicate costose e controproducenti.

La gestione delle risorse e lo spettro del passato

Altro elemento di rottura è stata la dichiarazione, secca e senza fronzoli, circa il controllo delle risorse petrolifere del paese sudamericano. L'annuncio che gli Stati Uniti intendono "riprendersi i pozzi" rivela una componente marcatamente economica dietro l'intervento, spogliandolo di qualsiasi alone puramente idealistico o umanitario. È questa una delle affermazioni che più ha fatto discutere gli osservatori, i quali vi hanno colto un'eco delle passate occupazioni in Medio Oriente, con tutto il loro carico di controversie. La sfacciataggine, come è stata definita da alcuni, di tale proclamazione rischia di offuscare, agli occhi della comunità internazionale, il racconto di un'operazione presentata come liberatrice, conferendole invece i tratti di una classica azione di potenza finalizzata al controllo strategico di un'area e delle sue ricchezze.

Le ombre della cronaca nera e il percorso giudiziario

Mentre il quadro geopolitico si ridisegna, le indagini sulle attività del regime di Maduro procedono nei tribunali venezuelani, sotto la supervisione delle autorità americane. Si tratta di procedimenti complessi, che attingono a materiali investigativi accumulati negli anni e che mirano a chiarire le responsabilità per una serie di reati, accertati senza scendere in dettagli superflui o macabri. L'attenzione è concentrata sulla ricostruzione minuziosa delle prove, sul lavoro dei magistrati e sull'azione della polizia, in un processo che si annuncia lungo e meticoloso. La giustizia, in questo frangente, rappresenta uno degli strumenti chiave per la stabilizzazione del paese e per la legittimazione del nuovo corso, cercando di offrire risposte concrete a una popolazione che ha sofferto a lungo.

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