L'agguato dei Ramponi, dall'esplosione alla fuga nei campi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La complessa operazione, voluta dal procuratore generale della Repubblica di Verona e finita in tragedia con tre carabinieri morti e ventisette feriti, si è consumata in pochi, drammatici minuti davanti agli occhi di tutti i presenti. A dirigere quella che appare come una trappola mortale, i fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, i quali avevano scelto con precisa meticolosità l'orario in cui sarebbe dovuta avvenire la perquisizione nella loro cascina a Castel d'Azzano, in un'anonima strada della campagna veronese. Tutto è accaduto con una rapidità sconcertante, trasformando una routine di servizio in una scena di pura devastazione, culminata con la fuga dei sospettati attraverso i campi circostanti, mentre il fitto fumo dell'esplosione oscurava il cielo.

Il ricordo di un collega e il peso della perdita

Tra le vittime, un carabiniere il cui ricordo è stato affidato alla commozione del collega Mirko Mair, figlio dell’indimenticabile portiere Gunther, che ha scritto pagine indelebili nella storia del Trento Calcio. "Davide ripeteva sempre: se devo morire per salvare la vita di un’altra persona, sono pronto a farlo", ha dichiarato Mair, descrivendo una notizia che ha definito "devastante" per tutti i membri dell'Arma, i quali si trovano a fare i conti con una ferita profonda e un vuoto difficilmente colmabile.

La decisione del governo e un lutto che unisce la nazione

Di fronte all'entità della strage, il governo, nel corso del Consiglio dei Ministri, ha deciso di proclamare il lutto nazionale per il giorno in cui si celebreranno i funerali di Stato dei tre militari. In apertura della riunione, la premier Giorgia Meloni ha chiesto di osservare un minuto di silenzio, mentre il comandante generale dei Carabinieri Salvatore Luongo ha sottolineato la gravità dell'accaduto, affermando che "non abbiamo così tante perdite dalla strage del Pilastro e da Nassiriya", ponendo così l'evento in una prospettiva storica che ne amplifica la drammaticità.

La testimonianza diretta dal letto d'ospedale

La sequenza degli eventi trova una testimonianza cruda e diretta nelle parole di Domenico Martella, carabiniere venticinquenne ferito durante l'intervento. "Ricordo che ero sulla scalinata con lo scudo alto, poi in meno di un secondo un'esplosione, le macerie mi hanno schiacciato e poi il buio e le urla", ha raccontato dal suo letto d'ospedale, dipingendo un quadro di caos improvviso e di violenza inaudita. "Ho avuto fortuna, sono qua adesso", ha aggiunto, ma il suo pensiero, come quello di molti, è volato immediatamente ai colleghi che non ci sono più, in una tragedia di dimensioni immesse.

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