Gaza, tra vento di pioggia e vento di guerra
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Redazione Esteri
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La pioggia battente e il vento gelido dell’inverno, che fanno tremare le tende degli sfollati e trasformano le macerie in pantano, non sono l’unica tempesta a colpire la Striscia di Gaza. Mentre i palestinesi, dopo ottocentotrentasei giorni di un conflitto dalle proporzioni sterminatrici, cercano riparo dagli elementi, si trovano a dover scrutare un orizzonte politico altrettanto cupo e carico di presagi. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha recentemente dichiarato di aver avviato la seconda fase del suo piano di pace, un piano che – stando alle dichiarazioni – punta a creare un nuovo organismo di governo locale, a dislocare una forza di sicurezza internazionale, a procedere al disarmo di Hamas e, infine, alla ricostruzione materiale del territorio. Quel che si osserva sul campo, però, sembra appartenga a una narrazione radicalmente diversa, dove la parola “cessate il fuoco” assume un significato sinistro e parziale, svuotato della sua sostanza più elementare.
La tregua che non placa il rombo dei droni
A pochi metri dalla cosiddetta linea di demarcazione, infatti, la vita quotidiana è ancora scandita da suoni ben precisi: il sibilo costante dei droni in sorvolo, descritto da un giornalista locale come un monito permanente, e il boato intermittente degli attacchi aerei, come quello che ha recentemente scosso Gaza City. Questa persistente condizione di assedio acustico e militare – un sottofondo di paura che non conosce interruzioni – rende amaro e beffardo qualsiasi annuncio di pace celebrato a distanza. Mentre i riflettori del mainstream, del resto, si sono ormai spostati altrove, concentrandosi più sulle reazioni degli attivisti in Europa che sulla fonte del loro sgomento, a Gaza si perpetua una realtà di sofferenza fisica e psicologica, dove la “tregua” è percepita come un concetto astratto, estraneo all’esperienza concreta di chi la dovrebbe vivere.
Lo spettacolo distante del "Board of Peace"
In questo contesto, le notizie di galà esclusivi e autocelebrazioni, come quello del “Board of Peace” menzionato dalle fonti locali, risuonano come un affronto alla dignità di un popolo stremato. La gente della Striscia, che pure cerca di tenere viva la sua cultura e la sua resistenza attraverso l’arte di figure come Shadi Alzaqzouq, assiste con stanchezza a quello spettacolo di dichiarazioni e strette di mano. Una coreografia internazionale che promette futuro e ricostruzione ma che, nel presente immediato, non placa il freddo, non asciuga la pioggia, non ferma i bombardamenti e non risana le ferite di infrastrutture – già al collasso – ulteriormente provate dalle intemperie. La ricostruzione evocata nei documenti diplomatici appare un orizzonte lontanissimo, un miraggio offuscato dalla polvere delle case che crollano e dall’urgenza di trovare un pasto o un riparo.
L'attesa sotto un cielo ancora armato
L’unica attesa concreta, dunque, non è per le fasi di un piano politico percepito come coloniale e imposto, ma per un momento di genuino silenzio. Un silenzio non interrotto dal ronzio degli aeromobili a pilotaggio remoto né dall’esplosione delle bombe. Il freddo che penetra nelle ossa degli sfollati è solo il più recente dei nemici, dopo un biennio di distruzione ininterrotta che ha reso tutto precario: la casa, la salute, la sicurezza dei familiari. La situazione rimane, in ogni suo aspetto, devastante, con le poche strutture ancora in piedi che cedono sotto il peso combinato della guerra e degli agenti atmosferici, in un circolo vizioso che sembra non avere fine, mentre il mondo sceglie troppo spesso di distogliere lo sguardo.




