Immobile: "Il calcio italiano è in ritardo. Pio Esposito può essere il mio erede"
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Redazione Sport
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L'addio al calcio giocato è arrivato un po' a sorpresa, nei giorni scorsi, ma per Ciro Immobile era il momento giusto. Il congedo dai campi è giunto da Parigi, dove era ancora sotto contratto con il Paris Fc, club che a gennaio gli aveva offerto un ultimo palcoscenico prima del sipario. E proprio dalla capitale francese, l'ex bomber ha offerto uno sguardo lucido su chi rimane e sui problemi del calcio italiano, in una lunga intervista rilasciata al mensile SoFoot.
A 36 anni, dopo una carriera costellata di record e quattro titoli di capocannoniere in Serie A, Immobile ha scelto di fermarsi, lasciando però un'eredità difficile da raccogliere e un'analisi puntuale sullo stato di salute del movimento italiano.
Le critiche al sistema calcio italiano
Secondo Immobile, il principale problema del calcio nostrano non risiede solo nella qualità dei singoli, ma in un ritardo strutturale che si trascina da anni. "Il problema in Italia è la base, sono le strutture – ha analizzato l'attaccante – Una squadra come il Paris Fc ha uno stadio moderno, con i tifosi che sono accolti bene e possono creare un ambiente speciale. Se la Lazio avesse uno stadio come quelli di Strasburgo e Lione, cambierebbe tutto". Una critica che non risparmia le infrastrutture obsolete, ma che si allarga anche al modo in cui i giovani si approcciano al gioco.
Immobile ha ricordato come la maggior parte delle sue qualità le abbia imparate da ragazzino, giocando per strada, un'abitudine ormai persa: "So che i tempi sono cambiati, che i giovani non giocano più per strada: è una frase sentita mille volte, ma bisogna che i giocatori di oggi e quelli di domani abbiano ben in testa che lo scopo resta quello di divertirsi, ovunque tu decida di giocare".
La scomparsa del bomber italiano
Il discorso si è poi spostato sugli attaccanti, ruolo che Immobile ha interpretato con numeri da grande protagonista per oltre un decennio. Il suo ragionamento parte da un dato oggettivo: la classifica marcatori della Serie A, ormai dominata da giocatori stranieri, non vede un italiano trionfare dal 2022, quando proprio lui si impose con la maglia della Lazio. "Oggi non c'è nessuno che abbia i miei numeri di quando vincevo la classifica dei marcatori – ha sottolineato – nonostante dovessi vedermela con gente come Higuain e Toni, che segnava ad occhi chiusi".
L'ex centravanti ha ricordato con nostalgia un'epoca in cui anche gli attaccanti di squadre di provincia garantivano una certa continuità realizzativa: "Quando iniziai, anche l'attaccante del Genoa segnava 12-13 gol facilmente, come pure Maccarone, Di Michele, Lucarelli che giocavano a Siena, Livorno o Palermo. Per tutti loro era una cosa normale". Il ruolo del centravanti, insomma, si è evoluto, e non sempre in meglio.
Il nuovo ruolo dell'attaccante
A cambiare, secondo Immobile, non sono solo le caratteristiche dei giocatori, ma anche ciò che gli allenatori richiedono loro. Il bomber non è più valutato esclusivamente per la capacità di finalizzare, ma per il contributo alla costruzione del gioco. "Forse oggi sono gli allenatori a chiedere cose diverse – ha spiegato – considerando l'attaccante innanzitutto come un regista avanzato più che un bomber. Prima si chiedeva agli attaccanti di finire le azioni, di mettere la palla dentro. Oggi, un allenatore è contento se l'attaccante ha fatto giocare la squadra, che segni o no".
Una trasformazione tattica che ha ridotto il numero di finalizzatori puri e che, di conseguenza, ha reso più difficile per i giovani emergere con numeri da bomber. L'Italia, in questo senso, paga lo scotto di una scuola che sembra aver perso la capacità di produrre attaccanti con l'istinto del gol.
L'erede designato: Pio Esposito
Nonostante il quadro critico, Immobile ha individuato un nome su cui vale la pena puntare: Francesco Pio Esposito, il giovane centravanti dell'Inter classe 2005. "Il solo che mi pare in grado di fare il mio percorso è Pio Esposito – ha dichiarato – ma pure lui cerca prima l'azione decisiva che il gol puro e duro". Una considerazione che è tanto un attestato di stima quanto un monito sul presente e sul futuro del ruolo.
Il classe 2005 ha disputato una stagione di alto profilo con la maglia nerazzurra, mettendo a referto 11 gol e 7 assist tra campionato, Coppa Italia e Champions League, con 9 presenze e 5 reti in Nazionale maggiore. Numeri importanti che, tuttavia, confermano una tendenza: anche il giovane attaccante viene spesso impiegato come riferimento per la manovra offensiva, cercando talvolta più l'azione decisiva che la finalizzazione. Un segnale che il calcio moderno chiede sempre più completezza, ma che forse rischia di sacrificare l'istinto del gol.
E mentre il campione di Torre Annunziata si gode il suo meritato ritiro, il testimone, nelle sue speranze, è già passato a chi può davvero riscrivere la storia del gol italiano.
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