Darderi tra fumo e mezzanotte: il toro imbufalito doma Jodar e vola in semifinale a Roma

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Luciano Darderi sbuffa, si agita, scalpita: sembra lui, a guardarlo, lo spagnolo di turno, una specie di toro imbufalito in procinto di uscire dall’encierro. Eppure, qui non c’è alcuna plaza de toros, né tantomeno una veronica da eseguire per ingraziarsi il pubblico. Siamo sul campo centrale del Foro Italico, dove l’orologio ha appena varcato la mezzanotte e l’azzurro – numero 20 del mondo – alza ripetutamente le braccia verso il cielo, quasi volesse prendersi fisicamente l’applauso di una fiumana stremata ma ancora caldissima. Al termine di un primo set durissimo, vinto al tie-break contro Rafael Jodar, quel nome che in terra spagnola suona più evocativo di qualsiasi altra cosa, Darderi getta le fondamenta di una notte che diventerà storia minore ma intensa di questi Internazionali d’Italia 2026.

La notte dei fuochi e lo “smoke delay” che nessuno aveva mai visto

La partita – combattuta soprattutto nei primi due parziali – si trasforma in una battaglia surreale quando, a match già avviato, una coltre di fumo generata da fuochi d’artificio esterni invade il Centrale. Nessuno, tra i presenti, ricorda un episodio analogo nel tennis: oltre venti minuti di interruzione, un “smoke delay” che costringe giocatori e arbitro a fermarsi, in attesa che l’aria torni respirabile. Dopo la ripresa, Darderi si porta avanti per 7-6, Jodar però non cede e risponde con un 5-7 che riporta l’equilibrio. Nel terzo set, invece, non c’è più storia: l’azzurro domina, chiude 6-0 e cancella ogni dubbio, lasciando il diciannovenne iberico – già considerato un astro nascente – a contare i punti persi.

Match point sprecati e rimonta interiore: il retroscena psicologico

Nel secondo parziale, Darderi spreca due match point sul 5-4 e sembra sul punto di cedere anche dal punto di vista nervoso. Proprio lì, però, accade qualcosa che solo lo spogliatoio – e le sue dichiarazioni a notte fonda – restituiranno con parole crude. “Dopo aver perso il secondo set, soprattutto in quel modo (3-0 e poi due match point, ndr) non pensavo proprio di vincere. Ho cercato soltanto di lottare e spingere”. E così, senza alcuna costruzione retorica, l’azzurro ammette di aver oscillato tra la rassegnazione e l’orgoglio più puro. L’ha vinta – dice – fisicamente e mentalmente. E forse è proprio in quest’ordine di fattori che va cercata la chiave di una semifinale che sa di riscatto personale, dopo l’eliminazione del tedesco Alexander Zver già agli ottavi.

Ore 2 del mattino, il sogno e un’azzurrità che non cerca eroi

L’orologio segna le due quando l’ultimo punto consegna la partita a Darderi. Sul centrale non c’è più quasi nessuno, se non i più ostinati e alcuni addetti ai lavori con i taccuini sporchi di polvere e adrenalina. Lui, esausto ma felice, si presenta davanti a telecamere e microfoni: “Questo è un sogno”. Nessuna esaltazione di gruppo, nessuna retorica trionfale. Solo la consapevolezza di un giocatore che, dopo aver eliminato un avversario dal nome tanto illustre quanto scomodo, si ritrova a un passo da una finale che nessuno, all’alba del torneo, avrebbe scommesso. Il caos, il fumo, la mezzanotte e poi l’alba: Roma, per una notte, ha avuto il suo toro italiano.

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