La malattia della principessa Mette-Marit non ferma la giustizia: negati i domiciliari al figlio Marius
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Redazione Esteri
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La richiesta, presentata d’urgenza dai legali di Marius Borg Høiby, si basava su un presupposto apparentemente inattaccabile: la madre, la principessa Mette-Marit, è gravemente malata. La fibrosi polmonare cronica che le è stata diagnosticata nel 2018, e per la quale è stata recentemente inserita nella lista d’attesa per un trapianto di polmone, ha subito un’accelerazione tale che – secondo i parametri clinici dell’ospedale universitario di Oslo – l’aspettativa di vita senza l’intervento potrebbe essere inferiore a un anno.
Questo quadro drammatico, tuttavia, non ha scalfito la posizione della Corte d’Appello norvegese, che ha ribaltato la decisione di primo grado e ha negato gli arresti domiciliari al 29enne, confermando la custodia cautelare in carcere in attesa del verdetto finale previsto per i prossimi giorni.
Il rischio di recidiva prevale sul dolore familiare
La motivazione del Tribunale, come ricostruita dai media norvegesi, è netta e priva di margini di interpretazione affettiva. Se da un lato il Tribunale distrettuale aveva valutato la detenzione come “sproporzionatamente invasiva” data la situazione della principessa, i giudici d’appello hanno invece stabilito che la malattia della madre non riduce minimamente l’“alto grado di probabilità” che Høiby possa commettere nuovi reati.
Non si tratta, come hanno specificato i magistrati, di una questione legata alla volontà o alla mancanza di empatia, ma di una valutazione tecnica legata alla “capacità, allo stile di vita e ai fattori di rischio” intrinseci dell’imputato. La preoccupazione principale, che ha fatto pendere l’ago della bilancia dalla parte della Procura, è il concreto pericolo di un ripristino dei contatti con la sua ex compagna – la cosiddetta “donna di Frogner” – che nel corso delle indagini è emersa essere ripetutamente vittima di violenze e minacce.
Un primogenito escluso dalla dinamica reale
Marius Borg Høiby, sebbene cresciuto all’ombra della corona dopo il matrimonio della madre con l’erede al trono Haakon nel 2001, non è un membro ufficiale della famiglia reale né riveste un ruolo istituzionale. Lui stesso, durante il processo che lo vede accusato di quaranta reati (tra cui quattro capi d’imputazione per stupro, violenza e danni), ha provato a levare la sua voce, dichiarando ai giudici che “restare dentro sapendo che la mamma è così malata è insopportabile”.
La sua difesa aveva proposto alternative restrittive, come il braccialetto elettronico nella residenza di famiglia a Skaugum, ma la Corte ha osservato come proprio su quella proprietà reale siano avvenuti alcuni degli abusi contestati, rendendo impossibile garantire il distacco dalla ex vittima o il controllo sugli accessi esterni.
L'attesa del verdetto in un clima di tensione
Mentre la principessa Mette-Marit fa i conti con una patologia degenerativa che richiede l’uso quotidiano di un concentratore di ossigeno, il figlio rimane rinchiuso in isolamento da febbraio – un carcere che lui stesso ha descritto come logisticamente inadeguato per le sue condizioni di salute e per la qualità dell’aria, un dettaglio non secondario data la malattia respiratoria della madre.
L’accusa, che ha chiesto una condanna a sette anni e sette mesi di reclusione, ha accolto con favore la decisione d’appello, mentre i legali di Høiby si sono detti “molto, molto delusi” e hanno definito la scelta “quasi incomprensibile”. In questo frangente, la famiglia reale norvegese si trova dunque divisa tra la necessità di sostenere la futura regina e la realtà ineludibile di un procedimento giudiziario che, almeno fino alla lettura della sentenza, considera la sicurezza delle vittime un principio superiore anche al legame filiale.




