Il blocco di Siri AI in Europa non è colpa di Bruxelles, ma una scelta di Cupertino
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La scelta, annunciata durante la WWDC 2026, di non rendere disponibile Siri AI nei dispositivi iPhone e iPad dell’Unione Europea ha riacceso il braccio di ferro tra Apple e le istituzioni comunitarie, un contrasto che – a differenza di quanto l’azienda di Cupertino lascia intendere – non nasce da un’interpretazione restrittiva del Digital Markets Act, ma piuttosto dall’incapacità o dalla volontà di adattare il proprio ecosistema alle regole della concorrenza.
Il nuovo assistente, presentato come una rivoluzione capace di comprendere il linguaggio naturale e di agire attraverso le applicazioni grazie a un indice semantico integrato nello Spotlight, si scontra infatti con l’obbligo imposto dalla legge europea: garantire agli sviluppatori terzi lo stesso livello di accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Siri. Da Cupertino si sostiene che l’apertura forzata ad altri assistenti costituirebbe un rischio inaccettabile per la sicurezza dei dati personali, un argomento che la Commissione respinge al mittente definendolo pretestuoso.
L’architettura esclusiva al centro del contendere
Ciò che rende unica – e al momento incompatibile con lo spirito del DMA – la nuova interfaccia è quello che i tecnici di Apple chiamano Spotlight Semantic Index, un motore semantico che, a differenza dei modelli linguistici dei concorrenti, non si limita a elaborare testo ma scansiona attivamente i contenuti dei dispositivi per permettere a Siri di agire in modo contestuale.
La complessità di questa architettura, che alcuni analisti paragonano a un vero e proprio sistema operativo parallelo dedicato all’intelligenza artificiale, richiede una profondità di integrazione che Apple non è disposta a concedere a nessun altro. Non si tratta quindi di una semplice chat come Gemini o ChatGPT, bensì di un tentativo di trasformare l’assistente in un vero e proprio agente in grado di eseguire comandi cross-app senza passare attraverso interfacce standardizzate.
La proposta alternativa avanzata da Apple, un intermediario chiamato “Trusted System Agent” che avrebbe filtrato l’accesso dei rivali, è stata giudicata dalla Commissione una soluzione insufficiente perché di fatto lasciava alla casa madre il controllo su chi potesse innovare o meno all’interno dei propri dispositivi.
Un assistente funzionale, né un amico né un fidanzato digitale
Durante la conferenza di Apple, gli interventi di Craig Federighi (responsabile del software) e Greg Joswiak hanno voluto tracciare un solco netto tra la filosofia di Cupertino e quella dei chatbot emotivi o "sycophantic" presenti sul mercato, chiarendo che Siri AI non è stata progettata per intrattenere conversazioni intime o relazioni parasociali.
Alla domanda se fosse possibile usare il nuovo assistente per creare un fidanzato o una fidanzata virtuale, la risposta è stata categorica: Siri “non è interessata” a questo tipo di interazione, poiché il suo unico scopo rimane quello di aiutare l’utente a sbrigare faccende, cercare informazioni o interagire con le app.
Questa presa di posizione, che apparentemente sembra una questione di marketing, ha in realtà profonde implicazioni tecniche: l’obiettivo di Apple non è trattenere l’utente sullo schermo alimentando chiacchiere, ma fornire una risposta secca e passare subito al prossimo compito, un approccio che rende Siri AI uno strumento potentissimo per la produttività aziendale ma assolutamente non allineato con i modelli di business basati sulla raccolta massiccia di dati emotivi.
L’azienda rivendica il fatto che i suoi modelli, sebbene addestrati anche con l’ausilio dell’infrastruttura di Google (utilizzando i modelli Gemini come base su cui costruire i propri Apple Foundation Models), rimangono esclusivi e girano in larga parte direttamente sul chip del dispositivo, garantendo una privacy che altri assistenti “cloud-only” non possono offrire.
Dal canto loro, i funzionari europei respingono al mittente l’accusa di essere ostili all’innovazione, ribadendo che “nulla nel DMA vieta ad Apple di introdurre nuovi prodotti”, a patto che lo faccia rispettando le leggi.
La situazione appare quindi paradossale: l’Europa non chiede a Cupertino di rinunciare al suo motore di ricerca semantico, ma pretende che lo condivida su base equa; Apple, invece, ritiene che condividere questo “scaffale” privilegiato significherebbe svuotare di valore la propria tecnologia e mettere a rischio la sicurezza degli utenti, che verrebbero esposti a software malevoli.
Nessuna delle due parti sembra disposta a cedere, e lo stallo rischia di protrarsi, lasciando i possessori di iPhone europei in attesa di una funzionalità che, tecnicamente, il loro hardware sarebbe già pronto a supportare.




