La mamma di Domenico ha portato via i peluche dal Monaldi: «Non basta un furgone, li laveremo e poi in beneficenza»
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Redazione Interno
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Quell’altare laico, sorto spontaneamente nel piazzale esterno dell’ospedale Monaldi di Napoli come espressione tangibile di un cordoglio che aveva travalicato i confini cittadini, non c’è più. Il tappeto di fiori ormai secchi, i pupazzetti colorati, le letterine scritte con la grafia incerta dei bambini e le candele ormai spente, alimentati giorno dopo giorno dall’affetto di sconosciuti commossi dalla vicenda del piccolo Domenico Caliendo, sono stati rimossi. Ci ha pensato personalmente Patrizia Mercolino, la madre del bambino di due anni morto il 21 febbraio dopo un trapianto di cuore rivelatosi fatale a causa di un organo danneggiato, a volere che quella montagna di doni non andasse dispersa. Accompagnata da parenti e amici, e con l’assistenza di un furgone che si è rivelato persino insufficiente per la mole di oggetti accumulatisi dal giorno della morte del piccolo, la donna ha raccolto con cura ogni singolo pezzo. Qualcuno, nelle ore precedenti, aveva parlato di furti, di mani sacrileghe che si erano appropriate di un orsacchiotto, ma l’immagine restituita dalla cronaca è ben diversa: quella di una madre che, nel suo dolore che appare incommensurabile, trova la forza di preservare ogni singolo segno d’affetto, compreso quello sottratto da un’altra donna che, con gli occhi lucidi, lo stringeva al petto per portarlo al proprio bambino, morto anni prima per un trapianto fallito.
Un gesto di amore e progettualitá: i doni saranno lavati e destinati ai piccoli degenti
Mentre il sole illuminava quel piazzale diventato crocevia di lacrime e preghiere silenziose a partire dalle dieci del mattino del 21 febbraio, mamma Patrizia si è chinata per raccogliere, una ad una, le testimonianze di solidarietà. Non si è trattato di una semplice rimozione, ha spiegato lei stessa ai cronisti presenti, ma di un atto doveroso per evitare che tutto venisse spazzato via o rovinato dalle intemperie. La quantità di peluche, molti dei quali ancora con il loro cellophane, e di gadget, tra cui spiccavano sciarpe e cappellini del Napoli Calcio e persino un paio di scarpini da calcio, era tale che un primo furgone ha dovuto essere affiancato da un secondo per completare il carico. «Adesso – ha raccontato Patrizia Mercolino, con gli occhi cerchiati da settimane di sofferenza ma con una determinazione che traspare da ogni parola – tutti questi doni per Domenico verranno lavati e disinfettati con cura. Poi penseremo a dove collocarli. Se fossero rimasti qui, sarebbero andati irrimediabilmente perduti». La destinazione finale di quell’onda d’amore, che ha trasformato l’ingresso del nosocomio in un luogo quasi di pellegrinaggio, sarà probabilmente il Santobono, il principale ospedale pediatrico della città, o altre strutture che accolgono bambini: un modo per far sì che la memoria del piccolo Domenico continui a vivere e a portare un sorriso ad altri piccoli guerrieri.
Dalla sofferenza privata all’impegno pubblico: nasce una fondazione per la memoria
Parallelamente alla rimozione dell’altare spontaneo, e mentre l’inchiesta della Procura di Napoli procede con sette medici e paramedici iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio colposo, la famiglia ha compiuto un passo formale e significativo. Davanti a un notaio, Patrizia Mercolino ha ufficializzato la nascita del “Comitato Domenico Caliendo”, destinato a trasformarsi in una fondazione. Un atto dovuto, quasi una risposta civile e costruttiva a una tragedia che ha sollevato interrogativi inquietanti sulla gestione della fase trapiantologica e sulla comunicazione delle responsabilità. La madre, che porta tatuato sul polso destro la scritta “Il mio guerriero” accanto al disegno di un tracciato cardiaco, ha spiegato che l’obiettivo è duplice: onorare la memoria del figlio e, al contempo, fare in modo che quanto accaduto non si ripeta. «Da oggi – ha dichiarato mentre aiutava a caricare gli ultimi sacchi di peluche – bisognerà lavorare perché quello che è successo a mio figlio non accada a nessun altro bambino. Mai più». Per sostenere questo progetto è stato reso noto anche un Iban sul quale è possibile effettuare donazioni, a riprova di una volontà di trarre dal dolore privato un bene comune, lontano dalla spettacolarizzazione e vicino, piuttosto, alla necessità di fare chiarezza e di prevenire.
Il silenzio dell’ospedale e il peso di un addio collettivo
Mentre la madre portava via gli ultimi pupazzi, il personale dell’Asìa era intento a rimuovere le cataste di fiori bianchi, ormai appassiti, lasciando il piazzale spoglio ma non privo di significato. Quel luogo, dove per giorni si sono succedute processioni silenziose di gente comune, molti dei quali con bambini al seguito, resterà per sempre il simbolo di una comunità ferita e di una vicenda giudiziaria che dovrà accertare le responsabilità di quanto accaduto il 23 dicembre scorso. Le dinamiche di quel tragico trapianto, con un cuore trasportato da Bolzano in un contenitore rivelatosi inadeguato e danneggiato dal contatto con il ghiaccio secco, sono al centro di verifiche tecniche e testimonianze che delineano un quadro di concitate decisioni in sala operatoria, di rabbia repressa (come quel calcio a un termosifone riferito da alcuni testimoni) e di una sospensione del programma di trapianti pediatrici decisa dallo stesso ospedale. Oggi, nel luogo in cui fino a poche ore fa brillavano lumini, non resta che il ricordo di una “fiammella” che, come ha scritto qualcuno, batteva nel petto di Domenico, e la consapevolezza che la ricerca della verità, fortemente voluta dalla famiglia, è solo all’inizio.




