Il dolore di mamma Patrizia e la richiesta di giustizia per il piccolo Domenico: “La verità? L’ho saputa dai giornali”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La straziante vicenda del piccolo Domenico, il bambino di due anni morto dopo un trapianto di cuore fallito all’ospedale Monaldi di Napoli, continua a riservare colpi di scena e dettagli agghiaccianti che emergono giorno dopo giorno, e l’ultima verità, quella più intima e forse la più dolorosa per una madre, è emersa nel salotto televisivo di Verissimo. Patrizia Mercolino, ospite della trasmissione di Canale 5 insieme al legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha raccontato con la forza di chi non ha più lacrime ma solo la determinazione di cercare risposte, un aspetto della tragedia che getta un’ombra inquietante sulla trasparenza con cui è stata gestita la comunicazione con i genitori. La donna ha infatti dichiarato di aver appreso la reale dinamica di quanto accaduto al figlio non dai medici che lo avevano in cura, ma dalle pagine dei quotidiani, quando la notizia del “cuore bruciato” è già diventata di dominio pubblico. Un paradosso che amplifica il senso di smarrimento e di abbandono provato dalla famiglia, la quale, nei giorni successivi al 23 dicembre, giorno dell’intervento, brancolava nel buio più totale, ignara che l’organo trapiantato fosse stato compromesso in modo irreversibile durante il trasporto da Bolzano a causa di una catena di errori tecnici e umani.

Lo sconcerto della famiglia e le dichiarazioni del primario

Se il dolore di una madre che perde un figlio è già di per sé incommensurabile, a renderlo ancora più amaro è la consapevolezza che la morte del piccolo Domenico Caliendo poteva e forse doveva essere evitata. La rabbia e la delusione, però, non si riversano ciecamente su tutta la struttura ospedaliera, ma si concentrano su precise responsabilità che l’inchiesta della Procura di Napoli, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri, sta cercando di accertare. Attraverso una nota diffusa dal suo avvocato, Patrizia Mercolino ha voluto esprimere il proprio «sconcerto» per quanto emerso dai verbali di una riunione interna tenutasi il 30 dicembre, appena una settimana dopo il trapianto. In quell’incontro, convocato d’urgenza dai vertici dell’azienda dei Colli, il primario di Cardiochirurgia pediatrica, Guido Oppido, oggi iscritto nel registro degli indagati insieme ad altri sei colleghi tra Napoli e Bolzano, avrebbe difeso la correttezza del proprio operato. Stando alla ricostruzione del legale Petruzzi, Oppido si dichiarava «fermamente convinto della bontà degli atti chirurgici», definendo il cuore prelevato come «perfettamente integro» e sostenendo che l’organo, una volta impiantato, «non perdeva sangue in nessuna anastomosi». Dichiarazioni che, alla luce di quanto accaduto dopo, appaiono quantomeno in netto contrasto con la realtà clinica che si stava palesando.

Il giorno della falsa speranza e il silenzio dei medici

La speranza, per Patrizia Mercolino, si è infranta definitivamente il 17 febbraio, una data che la donna ha ribattezzato «il giorno della falsa speranza». In quel frangente, mentre il bambino era ancora attaccato alle macchine in terapia intensiva e si valutava la possibilità di un secondo, disperato trapianto, la madre ha avuto modo di registrare una conversazione con il professor Oppido. Un colloquio, poi depositato agli atti, in cui il chirurgo, che – come sottolineato amareggiata dalla madre – non si era fatto vivo per mesi e non si presenterà nemmeno al momento del decesso, giustificava le sue precedenti rassicurazioni sulla possibilità di un nuovo intervento con un laconico «mi ha detto che era stato preso dalla disperazione». Un tentativo di spiegazione che, però, non placa l’angoscia di una madre che immagina la scena in sala operatoria: «Mi immagino mio figlio senza cuore in quella sala e i medici che giocano», ha tuonato in un’altra intervista, riferendosi al clima di tensione e ai presunti rimpalli di responsabilità tra l’équipe napoletana e quella di Innsbruck, presente a Bolzano per prelevare altri organi. Un’immagine potente e terribile che fotografa lo strazio e la solitudine di chi si è sentito tradito proprio da coloro in cui aveva riposto la fiducia per salvare la vita del proprio bambino.

Una catena di errori e il ricordo che non si spegne

Mentre il cuore del piccolo Domenico, dopo la dichiarazione di morte avvenuta il 21 febbraio scorso, ha smesso di lottare, l’inchiesta giudiziaria continua a scandagliare ogni minima crepa di quel tragico 23 dicembre. Gli inquirenti stanno mettendo insieme i pezzi di un puzzle composto da errori marchiani: l’uso di un contenitore termico inadeguato, quasi un «frigo da picnic» vecchio di quarant’anni, la mancanza di formazione del personale sull’uso dei box tecnologici di ultima generazione rimasti inutilizzati in un magazzino, e il fatale utilizzo di ghiaccio secco al posto di quello tradizionale, una scelta che a contatto con l’anidride carbonica ha letteralmente ustionato e reso non vitale l’organo destinato al bimbo. In questo clima di dolore e accertamenti tecnici, Patrizia Mercolino, rifiutando ogni forma di sostegno economico che non sia una donazione all’Aido, ha deciso di canalizzare la sua battaglia nella memoria. Ha annunciato l’intenzione di costituire una fondazione dedicata a Domenico, un atto d’amore estremo per fare in modo che quella vita spezzata non venga dimenticata e che la sua storia, costellata di errori e omissioni, possa servire a tutelare altri bambini e altre famigrie in futuro, trasformando l’orrore in un monito concreto.

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